mercoledì 7 dicembre 2016

Dal precetto alla memoria

Vorrei aggiungere alcune annotazioni, sempre in tema di memoria biblica, circa la progressiva perdita di significato della domenica, come giorno del Signore e giorno della donna e dell'uomo. Vorrei dire che l'idolo dell'economia sta mangiandosi anche il riposo della domenica.
Pochi anni fa la conferenza episcopale tedesca e la chiesa evangelica dello stesso paese hanno elaborato e pubblicato un documento comune su «La nostra responsabilità nei confronti della domenica». Questa dichiarazione congiunta dapprima si sofferma, con una certa acutezza, sull'analisi dei fattori che minacciano la domenica. In un secondo momento essa tenta di approfondire il significato della domenica per i cristiani. Infine presenta alcune linee operative che nascono da questa affermazione: «La santificazione della domenica è ricordare e prendere coscienza del senso del nostro esistere, è il nostro volgerci a Dio, nostro Creatore e nostro fine.
Dobbiamo di nuovo salvare un tempo maggiore per noi stessi e per gli altri. Questo non è solo un problema di condizioni esterne, ma anche di capacità di giudizio e di determinazione da parte nostra: non possiamo derubare noi stessi della domenica». Ma io vorrei tentare, un po' a ruota libera, di insistere su alcuni particolari.

1) Certo, «il sabato è stato fatto per l'uomo, e non l'uomo per il sabato» (Marco 2,27). Reggersi su un precetto o su un adempimento legalistico sarebbe davvero tradire il nucleo della nostra fede. Nessuno di noi può, però, limitarsi a rifiutare il precetto (che, del resto, non va confuso con la mentalità precettistica). Forse per riscoprire la nostra domenica, con la sua continuità e la sua novità, occorre partire dal sabato ebraico-giudaico. «È nel sabato ed attraverso il sabato che gli uomini conoscono la realtà in cui vivono e che essi stessi sono in quanto creati da Dio...È appunto il sabato a farci capire il mondo come creazione...Stando alle tradizioni bibliche, creazione e sabato vanno intesi come strettamente collegati: non è possibile comprendere correttamente il mondo nel suo carattere di creazione senza avvertire la realtà del sabato...» (J. Moltmann).
È nel sabato, giorno in cui si riposa dal lavoro e si fa memoria delle opere di Dio, che può avvenire la continua riscoperta del legame che ci unisce al Creatore, che può essere riattivata la comunione creaturale. Il sabato (e per noi cristiani la domenica) alimenta quella «semplicità» che ci aiuta a mettere tutta la vita al cospetto di Dio. Secondo un'antica leggenda, nel sabato brilla una luce Speciale che permette all'uomo «di scorgere il mondo con uno sguardo solo» (A.J .Heschel), unificatore.

2) Forse noi abbiamo spesso meditato la polemica di Gesù contro il legalismo asfissiante delle osservanze, ma oggi rischiamo di appellarci a Gesù senza fondamento alcuno se liquidiamo la celebrazione del giorno del Signore semplicemente perché siamo sopraffatti da mille giostre degli affari o trattenuti dai circuiti narcisistici di certo effimero.
Il sabato nell'Antico Testamento viene spesso messo in relazione con l'Esodo e il cammino di liberazione. Siamo gente dalla memoria corta e sbiadita, ed abbiamo bisogno di «ricordare» che Dio continua ancora a liberare il mondo come ai giorni della schiavitù in Egitto. In un recentissimo volume (Capacità di futuro, Queriniana) il teologo J. B. Metz descrive il «bombardamento» schiavizzante che seppellisce la libertà del soggetto e la suadente operazione che mira a colonizzare e conquistare i cuori. La cultura vincente è quella «adattiva» per cui siamo educati più alla resa che non alla resistenza. La memoria di Dio, ci dice ancora Metz, «è una forza rivoluzionaria che anche oggi ci fa parlare ancora di umanità e solidarietà, di alienazione, di oppressione e liberazione e ci fa lottare contro l'ingiustizia. C'è bisogno di un cristianesimo sveglio, assolutamente critico nei confronti della società, che si comprenda come comunità di memoria e di racconto nell'unica e indivisa sequela di Gesù» (pag.143). Nessuno può entrare nel cuore degli altri, ma il ricordo-memoria di Dio costituisce per me un profondo rinvio al ricordo-impegno per l'uomo.

3) Che cos'è il nostro radunarci in assemblea di credenti? Non è forse un «benedire Dio» partendo dal racconto delle sue opere, del suo amore? Quando partecipo ad una celebrazione o apro la Bibbia, mi rivedo nei panni della cerva assetata che anela e corre verso le sorgenti d'acqua. Qualcuno potrà arricciare il naso, ma è proprio fuori luogo parlare di una «disciplina del giorno del Signore?» Per me spontaneità e disciplina non stanno in contrapposizione. Il cristiano che non riduce la festa alla vacanza forse potrà riscoprire la gioia del trovarsi in una comunità di uomini e donne che insieme dedicano del tempo per lodare Dio e attingere da lui la forza per un cammino veramente umano ed evangelico.
Si fa presto insomma a buttar via un precetto,  ed è buona cosa, ma come andare oltre? Si tratta di riscoprire la centralità della memoria di quel Gesù che, incompreso e ucciso, Dio ha risuscitato. Mi ritornano alla mente le parole di Tertulliano al riguardo: «Noi (per celebrare il giorno del Signore) rimandiamo anche gli affari a più tardi...».

4) Se qualche lettore troverà voglia e tempo, prenda la Bibbia tra le mani e la apra al capitolo 4 del libro di Giosuè. È una pagina stupenda che, letta e riletta mille volte, mi commuove sempre fino alle lacrime e mi apre alla preghiera. Viene comandato al popolo, che Dio sostiene nel cammino di liberazione, di prendere dodici grosse pietre - una per tribù - e di portarle con sé oltre il Giordano. Perché «costringere» il popolo già stanco a questa fatica? Quando camminerete e quando sosterete, queste pietre vi ricorderanno che il Signore vi ha liberati!
Portare una memoria vivificante (e non soltanto delle tradizioni o delle reliquie) significa assumere una responsabilità. Il fare memoria è insieme fatica e gioia. Il suo frutto è la liberazione, è la consapevolezza che Dio libera ancora noi e gli altri.

Franco Barbero
Metodo storico-critico: necessità e limiti

In queste pagine siamo soliti parlare di metodo storico-critico. In una certa misura ci sembra utile accogliere l'osservazione di Martin Hengel (La storiografia protocristiana, Paideia, Brescia 1985, pag. 167): «L'espressione 'il metodo storico-critico' è ambigua e problematica. In realtà esiste una molteplicità di metodi storici...». L'Autore ci mette in guardia da una certa presunzione di onnipotenza che, a volte, può fare in modo che la conoscenza attuale, sempre molto limitata, si erga a criterio determinante per stabilire che cosa può o non può essere accaduto nel passato. Inoltre «conoscenza storica dei fatti non vuol già dire comprensione». Del resto una «esegesi teologica che ritenga di poter "interpretare" il Nuovo Testamento senza ricorrere a metodi storici adeguati non solo si chiude al problema della verità, ma corre anche il rischio di far violenza agli enunciati del testo e di abbandonarsi alla speculazione docetista» (pag. 174). «Non possiamo sottrarci al problema della verità storica e siamo sempre esposti al pericolo di costruzioni speculative lontane dal testo. Proprio l'esegesi che si basa su una precomprensione di fede dovrà servirsi con particolare cura e acribia di tutti i metodi storici a sua disposizione» (ivi, pag. 176).
"DENTRO – FUORI ?"

Quando si parla di chiesa, occorrerà verificare se si parla delle donne e degli uomini che tentano di seguire il sentiero di Gesù o di un apparato burocratico. Chi esce dall'obbedienza alla gerarchia non esce dalla chiesa. Spesso, anzi, proprio per essere chiesa può essere necessario disobbedire al potere sacrale, consapevoli che un'autorità senza fondamento e autorevolezza evangelica è pura burocrazia.
In questa prospettiva nessuno ha il potere di definire a priori chi è dentro e chi è fuori della chiesa. Ma, se è auspicabile una chiesa senza gerarchia, non sembra possibile una chiesa senza ministeri. La gerarchia è potere, il ministero è servizio (vedi "Perché resto", pagg. 34-66). Questa sarebbe una confusione terribile.
Franco Barbero
L'amore ritrovato

Il Vangelo ci ricorda che l'amore è un tesoro, un dono straordinario, una responsabilità. Ma è disumano, è sadico esigere da due persone che hanno seriamente constatato la fine del loro amore di proibirsi una relazione di amore più felice, più consapevole, più matura.
Caro fratello, cara sorella: se tu hai visto naufragare il tuo amore e Dio ti regala un nuovo incontro, accogli questo amore. Non pietrificarti nel "fallimento" a piangere l'amore perduto. Se il tuo cuore desidera compagnia, abbraccia il tesoro che Dio ti sta regalando e coltiva nel tuo cuore la tenerezza dei tuoi e suoi sentimenti e godi la gioia dei corpi che si uniscono per godere del ritrovato amore.
Vai tranquillo/a all'eucarestia e non lasciarti fermare dalle leggi vaticane. Dio ti accompagnerà perché non impone a nessuno il ghiaccio di una solitudine "maledetta" e ti aiuterà a far tesoro anche del passato. Le leggi ecclesiastiche, in questo caso, possono essere per te un laccio.
Voglio ripetere al mio e al tuo cuore la parola del salmo 124:
"L'anima nostra è stata liberata
come l'uccello dal laccio del cacciatore:
il laccio si è spezzato
e noi siamo tornati in libertà...
Il nostro aiuto è nel nome del Signore
".
Franco Barbero, 1996

martedì 6 dicembre 2016

NELLA MISCHIA

Una delle ambiguità ricorrenti nell'esperienza di molti cristiani consiste nel credere che la fede ci collochi in una sfera spirituale esente dai rischi della mischia.
La fede cristiana, a mio avviso, è una sollecitazione ad entrare pienamente dentro l'umano, il politico, il culturale, accettandone la fatica, il rischio, i limiti delle proprie scelte, totalmente umane.
Un cristiano non pensi, davanti ad un referendum come quello appena concluso, di trovare l'indicazione nella sua fede.
Quando nella vicenda del Sindaco Marino, denunciai la perfida congiura di Renzi, del vaticano e del PD romano, non ricavai le motivazioni dal Vangelo, ma da una mia personale valutazione.
Quando definii una idiozia il progetto del ponte di Messina, non ricavai questa mia opinione dalla Bibbia, ma da una mia visione culturale, ecologica e politica.
Quando vado a votare alle politiche, scelgo la parte che, a mio giudizio, è la più utile per il bene comune. 
Potrei fare mille esempi. Dal Vangelo mi viene la sollecitazione a stare sempre dalla parte dei più deboli. Come tradurre questa direzione di marcia concretamente, in contesti diversi, è una decisione personale, opinabile, necessariamente esposta ai rischi dell'errore. Ma la libertà sovrana dell'umano è un dono prezioso della mia fede.
Franco Barbero

SALVADOR ALLENDE

"L'uomo che parla senza passione non ha nulla da dire".

PLUTARCO

"L'opera del maestro non deve consistere nel riempire un sacco, ma nell'accendere una fiamma".

La porta aperta

È tempo di riascoltare la parola di Gesù: "Vieni e seguimi" sul sentiero della fiducia in Dio, della semplicità, della solidarietà. La testimonianza biblica è chiara, risuona come un invito sereno e caldo: "Ecco, io metto davanti a te una porta aperta, una porta che nessuno può chiudere" (Apocalisse 3,8).

Signore, accompagnami e sospingimi. Voglio entrare per questa porta stretta, ma Tu sai che debbo liberarmi da tanti "carichi" inutili ed ingombranti. Grazie, o Dio, per le porte che mi hai tenuto aperte in questi anni nonostante i miei ritardi ed i miei indugi.

Il sentiero dei nostri giorni

Benedetto sei Tu, Dio della giustizia, che ci aiuti a

superare i nostri egoismi, a dividere fra noi i doni del Tuo

amore, a cercare i piccoli sentieri della solidarietà.

Tu attendi chi fa più fatica nel cammino, Tu Ti prendi

cura di chi è abbandonato, sei custode delle creature

perdute, sai guarire anche le ferite più profonde.

Parla al cuore di ciascuno di noi e insegnaci a cercare

la libertà, quella vera, senza lasciarci incantare dalla

musica del nulla, dal fascino delle cose e dal gioco delle

apparenze.

Il mio nome è Giona

Ognuno di noi ha le sue parentele spirituali e si identifica in modo del tutto particolare con qualche «figura» biblica che trova risonanze profonde nel proprio cuore. Io sono imparentato con Giona.
Quanto più passano gli anni tanto più mi ritrovo nei panni e nei lineamenti di questo bizzarro credente.
Il «libro» di Giona mi interpella da molti anni e mi sento fatto della stessa «pasta» di Giona. Anch'io, come Giona, faccio sovente l'esperienza di chi «fugge lontano dal Signore».
La vita quotidiana si incarica di farci riconoscere le nostre fughe, le nostre scorciatoie, le nostre «resistenze» all'azione incalzante di Dio. Anch'io, spesso, conosco dov'è Ninive, ma fuggo verso Tarsis, cioè vado nella direzione opposta.
Eppure Dio non cessa di cercare Giona, lo incalza, lo «costringe», lo porta, lo «getta» verso Ninive. La novella illustra la «paziente e logorante fatica di Dio nei confronti di Giona» (H.W. Wolff, Studi sul libro di Giona, Paideia, pag. 51). Dio con Giona deve ricorrere a tutti i mezzi, tentare tutte le strade: «Mentre bastano le poche parole portate ai pagani per indurli ad accettare con chiarezza e decisione il Dio d'Israele, tutte le parole divine e umane, date sotto forma di ordine, accompagnate dalla tempesta, dal grande pesce, pianta di ricino, verme, vento da oriente, e da altre numerose parole non riescono a far sì che Dio ottenga il suo scopo con Giona» (Idem, pag. 99). Insomma, Dio assedia Giona con il suo amore, con il suo invito.
«In realtà il profeta gli dà molto più da fare che tutti i pagani messi insieme! ...Eppure Dio non lo lascia perdere» (Idem, pag. 154).
Finalmente questo credente ostinato, cocciuto e renitente poté conoscere anche il giorno in cui «obbedì al Signore e andò verso Ninive» (2,3).
Il libro si chiude con un interrogativo pungente lanciato da Dio al cuore di Giona: «Ti sembra giusto essere sdegnato così?» (4,4); «Ti sembra giusto essere così sdegnato per una pianta di ricino?» (4,9); «Tu ti dai pena per quella pianta di ricino.. .e io non dovrei preoccuparmi di Ninive, quella grande città, nella quale vivono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali?» (4,10-11).
Questo triplice e penetrante interrogativo sta ad indicare l'assedio amoroso con cui Dio mette alle strette il profeta e gli taglia ogni via di fuga. Giona si sarà arreso a questo abbraccio senza scampo? Al progetto di Giona: «ritirarsi, dormire e morire», Dio continua ad opporsi con una proposta alla quale si affatica per conquistare il cuore di Giona. Proprio qui sta il grande segno di speranza: Dio non molla, non cessa di incalzarci, continua ad aprirci orizzonti nuovi, ad inquietarci, a punzecchiarci.
Mentre noi ci illudiamo di trovare pace e felicità nelle nostre fughe o nei nostri «sonni profondi» (1,5) o cerchiamo «l'angolo pin tranquillo per riposare» (1,5), Dio si preoccupa di Ninive, la grande città (4,11) e ci coinvolge, ci spinge a partecipare con gioia alla vita che rinasce e rifiorisce nella città della moltitudine che noi spesso riteniamo luogo di perdizione. Dio ci spinge a uscire dalle prigioni del nostro gretto egoismo o dalle torri più o meno babeliche, più o meno narcisistiche, in cui ci siamo rinchiusi.
Giona sceglie la «sua» libertà. Per lui libertà significa Tarsis, cioè una città lontana in cui non lo possa raggiungere la «voce» inquietante di Dio: «La prima cosa che Giona cerca, non appena fatta la sua scelta, l'unica meta che effettivamente raggiunge, è il sonno. «Giona era sceso sottocoperta a bordo, s'era coricato e s'era addormentato profondamente» (1,5). Abbiamo così il più eloquente segno della sua libertà: non vuol vedere né sentire nulla, vuole la sua tranquillità. È la libertà del piccolo borghese di tutti i tempi...Questa è la libertà che noi tutti ci prendiamo troppo volentieri» (Hans Walter Wolff).
Noi cerchiamo sempre di ritagliarci uno spazio separato dal mondo per viverci, ben appartati dalle «voci» che reclamano presenza e solidarietà, la «nostra» pace e tranquillità.
Oppure cerchiamo di costruirci «tre tende sul monte» (Marco 9,5), ma la parola di Dio non incoraggia a rimanere sulla montagna. Fuori del mondo non c'è salvezza. La salvezza di Giona si realizza sulle strade polverose di Ninive. I momenti di riposo, di quiete, di tonificante silenzio, di necessaria separazione dai ritmi e dai problemi di ogni giorno sono in funzione del viaggio.
L'incalzante azione di Dio mi fa sperare che Giona abbia finito col dar ragione e ascolto al Signore. Anzi, io spero per ogni Giona, anche per me. Giona è la parabola della mia vita.
Ho voluto in queste pagine confidare il mio nome al lettore: «Io mi chiamo Giona». L'altro nome ha pure un suo significato, ma il mio nome profondo è appunto Giona. Ma in queste pagine ho anche voluto dire che, nonostante tutto, Dio ama certamente Ninive, ma non abbandona nemmeno tutti quei Giona che combattono, che oscillano tra «obbedienza» e «disobbedienza» alla volontà di Dio.
Noi riusciamo quasi sempre a guastare l'opera di Dio, ma Dio riesce sempre a far fiorire le sue opere sui nostri guasti.
Caro Giona, anche tu sei un credente poco esemplare. Sei un profeta «sbagliato»...che Dio continua ad amare. Caro Giona, fratello mio, non ci resta che accettare la strada che porta a Ninive. È a Ninive che succede ancora qualcosa di nuovo.
Franco Barbero,
da "Stirpe di Giona"

Pinerolo, 24 febbraio 1989

Mentre apro il Vangelo

Signore,
vengo a cercare
la Tua parola
per scoprire
la Tua volontà.
Attorno a me tutto è parola,
immagine, suono e colore.
La televisione
è parola «nazionale»,
onnipotente,
ossessionante, seducente.
Tu non reggi
alla concorrenza,
o Signore!
Eppure,
solo la Tua
è parola che fa vivere,
che dà senso alla vita.
La pubblicità si impone
con violenza
e ci aggredisce.
Tu, invece, continui
a farTi proposta,
a farci proposte.
Tutti vogliono
farci comprare
un prodotto, un giornale,
un oggetto, qualcosa:
quasi che la vita
fosse un mercato.
Tu non ci vendi nulla;
ci regali questa parola
che ci apre davanti agli occhi
la possibilità
di diventare persone
libere e liberatrici.
Signore,
voglio ascoltarTi
più spesso
con cuore aperto.

Riforma, settimanale delle Chiese evangeliche, racconta sul proprio sito internet (7 novembre) le scuse fatte alla popolazione locale di Bangui, Repubblica Centafricana, dal pastore Alain Stamp. «Circa 350 persone, pastori e responsabili di Chiese evangeliche sono giunte nella capitale della Repubblica Centrafricana da tutto il Paese per partecipare ai 4 giorni di lavoro del forum organizzato dall'Alleanza evangelica centrafricana. Salito sul palco, il pastore Alain Stamp, uno dei membri del Consiglio nazionale degli evangelici francesi (Cnef), pronuncia queste parole: "Credo di avere di fronte a voi un doppio handicap: essere bianco e essere francese. Chiedo perdono per le azioni gravi, inammissibili e rivoltanti che il mio Paese ha commesso in Centrafrica, ed esprimo il mio rincrescimento e la mia vicinanza a voi tutti". La reazione della platea e un tripudio di gioia e partecipazione». Le parole del pastore Stamp, racconta Riforma, sono giunte dopo aver preso consapevolezza delle pesanti responsabilità della Francia nell'attuale situazione di povertà e crisi sociale che vive la nazione. Queste le parole del pastore: «Mi sono reso conto che come cristiano e come pastore avevo perso ogni mia credibilità davanti a tanto orrore. Pensavo che l'avrei persa davanti a tanti pastori e uomini di fede seduti davanti a me. Da qui le mie parole, che volevano agevolare l'avvio di una relazione spirituale confidenziale con i miei interlocutori». Il gesto ha avuto conseguenze inattese, come quella di un gruppo di giovani che a loro volta hanno voluto esprimere il proprio pentimento per le azioni e manifestazioni antifrancesi che stanno caratterizzando questi anni difficili, fra golpe militari e tentativi di avviare un percorso democratico.

(Adista 40, 19 novembre 2016)
DIO SEMPRE OLTRE

"Il Divino è di più di ciò che noi pensiamo, percepiamo e desideriamo in un qualunque momento, ed è questo "di più" o questo "altro" della realtà divina che impone alla teologia di riconoscere i propri limiti concettuali .... Di conseguenza qualunque teologia che non accetta come finite le sue categorie, e che parla invece come se conoscesse tutta la verità, e nient'altro che la verità, è colpevole di bestemmia, cioè di una distorsione ideologica della realtà divina" (I. H. Cone,
Il Dio degli oppressi, Queriniana, pag. 131).
Entrare nella sinfonia dei folli

Più ci avviciniamo alla vita storica di Gesù più lo conosciamo come un individuo abitato da immagini folli, inaccettabili.
Entrare nella sequela di Gesù significa anche riconciliarsi con i sogni di follia di Gesù, imparare a sognare evangelicamente, accettare da Dio il regalo dei sogni folli. Perché cerchiamo negli scritti biblici la Parola di Dio? Per essere contagiati da queste idee ed energie folli.
Poi, ovviamente, ciò che importa è trasformare i sogni in cantiere.
Il sogno folle che non tento di tradurre in vita, in passi concreti, può scoppiarmi tra le mani e diventare la inutile gratificazione di un idiota che crede di essere un profeta perché è uno stravagante. Gesù ha seminato sogni di follia nelle zolle del vivere quotidiano della Palestina.
La nostra sequela di Gesù può morire sotto una montagna di normalità e noi, nel vissuto di ogni giorno, possiamo passare quasi insensibilmente dalla sinfonia dei folli alla congrega dei saggi. Ciò potrebbe costituire la fine della sequela di Gesù per noi.
Non riesco mai ad esprimere adeguatamente quanto le nostre «buone ragioni» possano spegnere in noi la follia dell'Evangelo. In genere sono sempre buone ragioni quelle che ci tirano indietro dalla radicalità evangelica. Non aveva forse una buona ragione Marta per starsene in cucina? (Lc. 10,38). Le davano ragione usi e costumi, consuetudini e leggi. Ora poi c'erano tanti ospiti. Non le dette ragione Gesù. Quante buone ragioni, quanti motivi incontestabili non tirarono fuori gli invitati, per nulla scortesi, di Luca 14?
Sulla strada di Gesù, se vedo bene, si arriva spesso ad un bivio: da una parte si entra nella «giostra degli affari» e dall'altra ci si orienta verso la «sinfonia dei folli». Qui, sul terreno delle scelte e delle decisioni quotidiane, si situa l'opera del Dio liberatore. Qui e ora Dio può liberarci, far rinascere o irrobustire in noi la capacità di resistere al fascino incantatore degli idoli. Noi confessiamo congiuntamente due fatti: da una parte la nostra incapacità di «produrre libertà» con le nostre sole forze e dall'altra la totale fiducia in Colui che non ha perso o diminuito la «potenza del Suo braccio liberatore».
La follia dell'Evangelo non ci chiede la rinuncia alla ragione, il rifiuto della razionalità (spesso così necessaria), ma il superamento del calcolo, della logica contrattuale, del «rientro» nei canoni della normalità.

Franco Barbero, Stirpe di Giona, pag. 37-38

"La dipendenza è un rifugio, l'errore è volersi curare da soli"

ROMA. «Un tentativo di autoterapia, cui si torna a ricorrere nei momenti di dolore interiore»: così Luigi Cancrini, psichiatra e psicoterapeuta da sempre attivo nella lotta alle dipendenze, definisce le ricadute da parte di chi ne è vittima.
Perché con le droghe si creano legami apparentemente indistruttibili?
«Chi sta male spesso sceglie di "autocurarsi", usando sostanze che gli danno la percezione di stare meglio. Al contrario, la psicoterapia rende le persone refrattarie alla dipendenza, perché le costringe ad affrontare il dolore, ma si accetta di sottoporvisi solo per motivi ben precisi».
Per esempio?
«Per amore, perché una persona cara chiede di smettere o per motivi economici, come la mancanza di soldi che rende impossibile procurarsi la droga».
Per quali soggetti è più difficile ottenere risultati dalla psicoterapia?
«Per i soggetti con tratti narcisistici, che li spingono a non voler ascoltare l'altro e soprattutto a non accettare consigli su come comportarsi. Nella loro percezione, esiste già una "cura" molto più attraente che subire obblighi che appaiono mortificanti».
Ma come mai chi riesce a disintossicarsi talvolta ricade nel tunnel?
«Dipende. Con la cocaina, per esempio, è difficile mantenere un uso "leggero", da un paio di volte alla settimana, e spesso si deve smettere perché, abusandone, si sta troppo male. Riuscendo ad interrompere subentra una sensazione di benessere e di euforia, che però ha vita breve, e appena si verifica un episodio che mette in difficoltà si ritorna nel rifugio della droga. Lo stesso vale per il sesso o l'alcol ».
E l'uso di farmaci in alternativa alla psicoterapia può aiutare?
«Purtroppo non esistono cure farmacologiche efficaci e sostitutive».
Irene Maria Scalise

(la Repubblica 30 novembre)

lunedì 5 dicembre 2016

"NELLE TUE MANI" DI MARTIN LUTERO

"Il mio tempo  è nelle tue mani"(Salmo 31,15). Ho compreso questo versetto ora, nella mia malattia, e voglio correggerne l'interpretazione, perché in passato lo riferivo soltanto all'ora della morte. Ma il significato è questo: nelle tue mani è tutto il mio tempo, la mia vita intera, ogni giorno, ogni ora e ogni momento".

O Dio, Signore degli anni e dei giorni,
mi hai donato molto tempo.
Un passato alle mie spalle,
un futuro ancora aperto.
Il tempo era mio e sarà mio,
ma il tempo proviene da te.
Ti ringrazio per ogni istante
scandito dal mio orologio,
per ogni mattino
che vedo al risveglio.
Non ti chiedo di darmi più tempo.
Ti chiedo di rendermi calmo,
disposto a riempire i miei giorni.
Aiutami a riservare un po' di questo tempo
libero da impegni e da doveri
per meditare nel silenzio;
un po' di tempo per lo svago,
un po' per chi aspetta il mio conforto
e lascio spesso ai margini.
Ti chiedo scrupolosità e attenzione
per non sciupare i giorni
e render vano e morto il tempo.
Ogni ora è come un piccolo lembo di terra.
Vorrei solcarla col mio aratro,
gettarvi dentro amore,
pensieri e parole
che portino frutto.
Benedici tu la mia giornata.
Martin Lutero