venerdì 19 gennaio 2018

Era soltanto una parola

Uno sguardo, una parola,
un sorriso,
un volto, un gesto...
Padre, donaci
di amare come tu ami.
Padre, donaci il tuo amore.
Era soltanto
una parola di tenerezza,
ma ha dato sollievo
ad un cuore che soffriva.
Era soltanto
una parola di simpatia,
ma un'anima in travaglio
è stata consolata.
Era soltanto
una parola di incoraggiamento,
ma un cammino oscuro
è stato illuminato.
Era soltanto
una parola di speranza
e di fede,
e l'intera giornata è stata
trasformata.

Giovani del Messico
In Allarga la tua tenda,
Comitato Cevaa, 2016, p. 17
Gallo "Il problema è quando si esce perché pochi riescono a trovare una occupazione"

Monica Gallo è la garante dei detenuti del carcere Lorusso e Cutugno di Torino. E fino al 2015 è stata la responsabile di "Fumne", un progetto di lavoro all'interno della struttura detentiva: in sei anni una settantina di donne ha realizzato, dentro le Vallette, borse, accessori, capi di abbigliamento artigianali, poi vendute all'esterno.

Quale valore ha il lavoro per chi vive in carcere?
«È fondamentale: tutti i detenuti vogliono lavorare perché consente loro di avere soldi, da spendere all'interno e soprattutto da mandare ai famigliari. Lavorare occupa il tempo e tiene le persone fuori dalle celle. E soprattutto dà la possibilità ai detenuti di mettersi alla prova, per vedere se esiste per loro la possibilità di tirarsi fuori dal circuito delinquenziale».
Chi lavora in carcere, riesce poi ad avere un'occupazione al termine della pena?
«Non sempre succede. Per chi lavora nelle cooperative in carcere che hanno anche una sede esterna, è più facile che il rapporto di lavoro prosegua. Negli altri casi, che poi sono la maggior parte, il collegamento funziona poco. E tutto ciò che si è fatto all'interno, la formazione professionale, la qualifica e il lavoro, finisce per disperdersi. In questa società per un ex detenuto, pur qualificato, non è facile ottenere un impiego».
Come funziona la selezione dei detenuti lavoratori?
«Prima di tutto serve un progetto di attività. Se il carcere lo approva, inizia un percorso di scelta delle persone da coinvolgere. Lo si fa insieme agli educatori, che meglio di chiunque altro conoscono le storie dei detenuti e anche le loro capacità. Si fanno contratti di assunzione normali, in base alle leggi nazionali per le categorie professionali, e chi lavora viene pagato con regolare busta paga.
Diverse sono le attività gestite dall'amministrazione penitenziaria, quelle che una volta si chiamavano orrendamente, "scopino" o "spesino". Questi vengono svolti a rotazione, in modo da consentire a tutti di guadagnare qualcosa».
Che giudizio dà sul progetto della fabbrica tessile nel carcere di Biella?
«Insieme all'esperienza di Padova, dove dal carcere si gestisce il call center delle prenotazione dell'azienda sanitaria, il progetto di Biella è senz'altro la punta di diamante di uno sforzo che dovrebbe coinvolgere tutte le strutture di detenzione. Sia per qualità dell'investimento, sia per il numero di persone che coinvolge.
Anche a Torino ci sono progetti di lavoro, ma ancora troppo limitati. Su 1300 detenuti, meno di 50 hanno un lavoro
». (mc. g.)

(la Repubblica 5 gennaio 2018)

​[la Repubblica 10 gennaio]

Il pacco dei giorni

Scarta con cura il pacco dei giorni. Ringrazia, ricambia, sorridi.
Stefano Benni
Ian Bremmer "Ma il peggio per lui deve ancora venire. E Bannon si vendicherà"

Ian Bremmer, presidente del think tank Eurasia Group e coniatore del termine "G Zero" (un mondo oramai senza superpotenze che possano influenzarlo e quindi governarlo), che cosa ne pensa del caso Wolff?
«L'America non aveva mai avuto in passato un presidente come Trump. Mai. Dopo le rivelazioni di Fire and Fury, per gli Stati Uniti si apre uno scenario davvero incerto».
In che senso?
«Ciò che si evince dal libro di Wolff è un affresco disarmante di Trump e della sua presidenza.
Certo, Wolff in qualche passaggio sicuramente esagera e in alcuni casi ha ottenuto informazioni in modo scorretto, per esempio registrando conversazioni all'insaputa degli interlocutori. Ma al netto di questo, la situazione alla Casa Bianca è davvero preoccupante: a Washington Trump è sempre stato uno "strange bird", uno strambo, mai a suo agio. Leggendo le pagine di Wolff è evidente come il presidente non venga quasi mai preso sul serio, che la sua autorità e legittimità abbiano toccato il fondo».
E ora che cosa succederà?
«Succederà che il peggio deve ancora venire».
Vale a dire?
«Io non ho mai creduto che Trump sia un presidente autoritario.
Piuttosto - e questo libro lo dimostra - Trump è incredibilmente incompetente e disfunzionale alla Casa Bianca.
Uno che giorno dopo giorno perde influenza a Washington e nel Paese e che, allo stesso tempo, fa perdere influenza e peso agli Stati Uniti nel mondo. Questo è il vero problema. E il peggio deve ancora venire perché anche l'inchiesta Russiagate sta stringendo le maglie nei confronti del suo staff e della famiglia e, conoscendo il soggetto, Trump reagirà in maniera sempre più sguaiata e impulsiva. Di conseguenza, sarà sempre più difficile da tenere a bada. Basta vedere la sua crescente raffica di tweet, improperi, insulti. Lo stesso tentativo di bloccare il libro di Wolff è stata una mossa talmente stupida ed esemplare del momento che sta vivendo Trump.
Ciò avrà conseguenze più vaste di quello che si pensa, anche in importanti decisioni di sicurezza».
Che impatto politico avranno, soprattutto nella base elettorale della destra "alt-right" americana, queste ultime rivelazioni su Trump e lo scontro col suo ex consigliere strategico Steve Bannon, oramai caduto in disgrazia?
«Diverse. Innanzitutto, la "alt-right" infragilita è un sollievo per l'establishment del partito repubblicano, che ora avrà più potere in ottica delle prossime elezioni di medio termine. Del resto, Bannon è stato tra i protagonisti della recente disfatta elettorale in Alabama. Inoltre, Bannon potrebbe vendicarsi spietatamente di Trump, dopo che quest'ultimo lo ha "scomunicato". Nei mesi alla Casa Bianca, Bannon aveva un potere assoluto. Sa molti segreti di Trump e della sua Amministrazione. È una mina vagante pericolosissima per il presidente».
Antonello Guerrera

(la Repubblica 6 gennaio 2018

giovedì 18 gennaio 2018

SABATO 20 GENNAIO E DOMENICA 21

Sabato 20 alle ore 17 in Via città di Gap,13 Franco Barbero propone una riflessione su "50 anni di piccoli passi a livello culturale e teologico: cristologia, diritti delle persone LGBT, cammini comunitari". Saranno messi a disposizione parecchi documenti inediti.
L'incontro è aperto a chiunque lo desideri.

Domenica 21 gennaio alle ore 10 in Via Città di Gap,13 celebriamo l'eucarestia farà seguito l'assemblea comunitaria e poi...pranzo autogestito.

COMMENTO ALLA LETTURA BIBLICA DI DOMENICA 21 GENNAIO

LA SEQUELA: UN CAMMINO CHE NON FINISCE MAI


Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch'essi nella barca riparavano le reti. Subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.
(Marco 1, 14-20).

Alcune diversità

La chiamata dei primi discepoli nel Vangelo di Marco, cioè il testo che leggiamo oggi, rappresenta un racconto totalmente diverso dalla "tradizione" del Vangelo di Giovanni. Il fatto che esistano due racconti così diversi ci mette in guardia contro il viziaccio, ancora molto diffuso, di leggere queste pagine evangeliche come cronache.
Ma questa diversità forse contiene anche un altro prezioso insegnamento: noi arriviamo alla fede per mille strade perchè Dio ci aspetta in tanti modi e momenti diversi.
La differenza, e non l'omologazione, è fedeltà alla vita. Anche l'esperienza di fede ha bisogno di riscoprire il plurale, le differenze, la diversità.
L'inizio
La notizia della morte del Battista sembra aver dato a Gesù l'ultimo "scossone", stando a quanto ci riferiscono Matteo e Marco. Gesù "prende il largo" e comincia il suo cammino di profeta itinerante. In qualche modo, potremmo dire, prende il posto del Battista e ne prosegue la missione.
Esattamente come Giovanni, anche Gesù sceglie dei compagni di viaggio che diventeranno partecipi della sua missione. E così compaiono nel Vangelo i nomi dei primi discepoli: dapprima Simone e Andrea, poco dopo Giacomo e Giovanni.
     
La chiamata
La "chiamata" li coglie nel vivo delle loro attività: stanno pescando. Simone e Andrea stanno gettando la rete mentre Giacomo e Giovanni sono intenti a rassettare le reti. Fin qui nulla di strano. Chi poteva incontrare Gesù, passando lungo il "mare di Galilea", se non dei pescatori?
Ma il racconto si ravviva con una risposta che ha del sorprendente. Se Simone e Andrea lasciano "subito" le reti e seguono Gesù, Giacomo e Giovanni mollano "all'istante" il loro padre con gli altri aiutanti nella barca e si uniscono al piccolo gruppo appena costituito. Gesù ha fatto pesca grossa sulle rive del mare di Galilea. "Pescati" da Gesù, diventeranno pescatori di uomini, ci preannuncia il Vangelo.
Ci colpisce la prontezza delle risposte di questi primi discepoli. Questo "subito" deve, in realtà, nasconderci qualcosa. Ci invita ad andare oltre il senso letterale di questa parola. Possiamo noi pensare che tutto sia avvenuto così improvvisamente, senza neanche avvertire e salutare mogli e figli?
E' evidente che il messaggio di questo racconto deve essere cercato in un'altra direzione. Infatti qui il redattore del vangelo di Marco adotta un procedimento letterario che ricorre spesso nelle Scritture. Egli condensa, concentra in poche righe ciò che è avvenuto in un arco di tempo ben più lungo.
Lo scopo di questo procedimento di concentrazione è evidente: l'evangelista vuole far risaltare come l'incontro con Gesù cambiò radicalmente, in profondità, la vita di Andrea, Simone, Giovanni e Giacomo. Il Vangelo esprime con questo linguaggio classico, con questo scenario ad effetto immediato, ciò che realmente successe, ma in scansioni temporali ben diverse, e maturò ben più lentamente. Però gli studi sulle origini del movimento di Gesù ci documentano che questi versetti hanno anche un preciso riferimento storico.
Infatti ad alcuni uomini e ad alcune donne Gesù rivolse la chiamata a seguirlo nel suo spostarsi da un villaggio all'altro. Questi discepoli o seguaci "itineranti" si sradicarono dalla loro famiglia, dal loro ambiente, dalla loro vita quotidiana. Altri, invece, vennero invitati ad un profondo cambiamento nello stile di vita, rimanendo nel loro ambiente. Gli studiosi parlano di seguaci itineranti e di discepoli sedentari.
      
Per noi oggi
Per noi oggi la chiamata non è necessariamente legata all'itineranza. Qui l'immediatezza con cui viene descritta la decisione dei discepoli sta ad indicare la profondità e la radicalità della scelta. Ecco ciò che resta essenziale anche oggi per noi: quando è in gioco la "chiamata" di Gesù, noi siamo invitati a deciderci "con tutto il nostro cuore", a rompere le nostre indecisioni, anche a costo di mollare barca, padre, famiglia, amici... Questo è il messaggio che, evidentemente, va tradotto all'interno delle nostre situazioni senza scopiazzature meccaniche, senza trasposizioni letterali. L'itineranza per noi oggi significa mettersi in stato di permanente conversione.
La risposta
Tocca a ciascuno/a di noi individuare quali sono i legami (la barca, i pesci, il padre...) che possono impedire il cammino di libertà nell'orizzonte del regno di Dio.
Ma è chiaro che né per i discepoli né per noi la "sequela" di Gesù si risolve con un "subito" che decide una volta per tutte. Le cose sono ben più complesse. Intanto, molto spesso noi ci rendiamo conto della volontà di Dio solo tra mille ombre e la nostra risposta alla "chiamata " di Gesù si fa strada, ancor più spesso, molto lentamente, tra incertezze, indecisioni, tentennamenti.
Anche quando nelle nostra vita è spuntata qualche svolta veloce e decisa, poi ci è stato necessario ritornare a riconfermare le scelte di quelle ore felici e appassionate, facendo sempre di più affidamento sull'azione di Dio dentro ai nostri cuori, senza illuderci sulle nostre risorse di buona volontà. Questo "subito" non può suonare per noi come un rimprovero o come richiesta d'un gesto miracoloso.
Possiamo rallegrarci davvero quando Dio fa fiorire in noi delle svolte, dei nuovi orizzonti, dei nuovi cammini, ma non dobbiamo rattristarci se, facendo i conti con la nostra umanità, ci accorgiamo che il nostro seguire Gesù molto spesso procede a piccoli passi.
      
Subito=sempre
Anche Andrea, Simone, Giacomo e Giovanni, come ci attestano in tante pagine i Vangeli, in realtà dovettero successivamente procedere a piccoli passi. Spesso anche loro subirono battute d'arresto, cedimenti, cecità , contraddizioni, tradimenti, debolezze. Ma il loro cammino davvero proseguì al di là della debolezza insita nella loro umanità.
Questo "subito" diventa un "sempre": un cammino di fiducia in Dio che non si arrende, che non si ferma, che si lascia ancora "ferire" dall'invito di Gesù. Solo la fiducia in Dio, l'affidarci quotidiano a Lui, rende possibile un cammino in cui gioiosamente maturiamo nuove decisioni di amore, solidarietà, condivisione.
Chiamati, chiamate
Oggi il messaggio della chiamata mi sembra più che mai attuale. Direi che se non ci raggiungesse spesso, a più riprese, nella nostra vita la chiamata di Gesù, cioè il pungolo del messaggio evangelico, noi saremmo facilmente preda delle mille proposte che, per quanto fatue e frivole, popolano e riempiono la vita di molte persone.
E' pieno il mondo di gente che trascorre ore e ore a rincretinirsi davanti alla TV, che passa da un hobby all'altro, da una vetrina all'altra, che si è imprigionata nei propri bubù e non sa più che specchiarsi e rispecchiarsi nei propri bisogni, nei propri desideri e rincorrerne sempre di nuovi.
La "chiamata" nella Bibbia ha la funzione di risvegliarci alla vita vera, di aprire le finestre e le porte della casa del nostro cuore, di indicarci altri orizzonti più profondi e spaziosi. Se non chiudiamo occhi e cuore, direi che oggi il messaggio del Vangelo è più penetrante ed incisivo che mai.
Nonostante tutte le manipolazioni, nonostante tutte le attenuazioni diplomatiche delle chiese e nonostante tutti i nostri egoismi, il Vangelo di Gesù continua a "ferire" in profondità molti cuori e a suscitare reali "rivoluzioni" in tante esistenze. C'è sempre, vicino e lontano, qualcuno che si decide a giocare tutta la vita in questa direzione. Non sto parlando di qualche persona eccezionale: potrebbero essere la tua o la mia vita quotidiana che si lasciano sconvolgere e convertire.
Pescatori di uomini?
L'espressione per i discepoli "itineranti" apriva un orizzonte di impegno e di partecipazione alla missione di Gesù. Il nazareno voleva in qualche modo rassicurarli che la loro decisione, difficile e radicale, non sarebbe stata vana, ma oltremodo feconda.
Questa promessa di Gesù nei secoli è stata stravolta. Quando nel secondo secolo si passò dal movimento di Gesù alla chiesa (realtà non prevista dal nazareno), si interpretò questa espressione con un invito al proselitismo, alla "conversione al cristianesimo". Nacque così la mentalità missionaria che era fortemente segnata dallo spirito di espansione, di conquista. Oggi si tratta di passare dal proselitismo alla testimonianza.
Noi oggi facciamo fatica a congedarci da questa impostazione che ci ha portati a pensare addirittura che il cristianesimo sia l'unica "barca", l'unica via di salvezza. Non si tratta di rinunciare all'annuncio del vangelo, ma di passare dalla mentalità della conversione alla nostra religione, alla testimonianza della nostra fede. Spero che molti gruppi, comunità e parrocchie si confrontino con un prezioso volume recentemente edito, opera di un profondo studioso cattolico (Josè Maria Vigil, Teologia del pluralismo religioso, Edizioni Borla).
Lieti di camminare nel solco di Gesù, diventiamo però consapevoli che Dio è più grande del cristianesimo e che le vie di salvezza sono molte. Possiamo aiutarci, nella differenza dei percorsi, a vivere in modo più fecondo e fedele la nostra esperienza di fede.
Oggi forse, siccome noi non siamo dei pescatori come i primi discepoli, possiamo sentire valida la promessa e l'invito di Gesù ad essere dei testimoni del vangelo. Così la nostra fede, come quella dei discepoli, non sarà infeconda. Non abbiamo da conquistare persone al cristianesimo: ci è chiesto solo di vivere nel quotidiano il dono e la responsabilità della nostra fede.

DOCUMENTO DI "CHIESA DI TUTTI CHIESA DEI POVERI"

Scegliete oggi chi volete servire (Gs 24,15)
Notizie da
Chiesa di tutti Chiesa dei poveri
Newsletter n. 61 del 16 gennaio 2018

Cari Amici,

come la sentinella di Isaia, la sentinella del profeta, il papa ripete il suo grido di allarme: badate, "siamo al limite", se non raddrizzate le vostre vie una guerra nucleare può scoppiare anche per caso, per un incidente. Lo ha ripetuto nell'aereo che lo portava a un difficile viaggio in Cile e in Perù, e per l'occasione ha anche distribuito ai giornalisti una fotografia scattata a Nagasaki nel 1945, di un bambino che reca sulle spalle, per portarlo al crematorio, il fratellino morto grazie alla seconda bomba atomica americana sul Giappone, e accanto alla foto ha scritto: questi sono i frutti della guerra. Poi, sbarcato a Santiago, per prima cosa alla presidente Michelle Bachelet ha recato "il dono della pace" fondata sulla sinfonia delle differenze e sulla resistenza al "paradigma tecnocratico".
Francesco è l'unico ormai che fa un discorso che si prenda cura del futuro. E lo fa con gesti che ne svelano il motivo: è l'amore per i bambini, per l'universo umano, l'amore per l'uomo che rischia di morire suicida sulla sua Terra. Per questo il mondo che non vuole essere distolto dai propri interessi, quale che ne sia il costo, ce l'ha con il papa; e l'avversa e lo perseguita in tutti i modi, anche nei momenti più difficili.
Difficile è questo viaggio in America Latina, non solo per i Mapuche, che hanno tutte le ragioni, da secoli, per avercela con la Chiesa, ma per i violenti e gli integralisti che hanno messo piccole bombe e appiccato piccoli incendi nelle chiese per protestare contro di lui. Ma è proprio vero che queste sono piccole bombe, bombe private, al paragone di quelle grandi, pubbliche, i cui frutti ci narrano le foto? Non è forse vero che, dietro, gli scenari, i moventi sono gli stessi?
Il viaggio del papa è difficile, anche perché va lì, ma passa sopra il suo Paese, non va in Argentina, dove un presidente eletto, Mauricio Macri, usa violenza contro il suo popolo, anche se una violenza diversa da quella degli ammiragli e dei colonnelli. E naturalmente c'è chi ne approfitta per sobillare anche una protesta di argentini contro il papa. E questi trovano una sponda a Roma, un'eco, o magari il contrario: l'eco sta lì e la gola sta qua. Fatto sta che il blog antipapista dell'Espresso, gestito da Sandro Magister, ha pubblicato un pamphlet anonimo, in spagnolo, di "un argentino credente cattolico romano" che accusa il papa di avere in questi cinque anni avviato un processo "de dilapidación, de deconstrucción" della Chiesa e dice che quello che per gli argentini poteva essere un privilegio e un'opportunità, che il papa cioè fosse un argentino, sarebbe diventato un peso e "una vergogna".
Mai si era scesi fin qui nella lotta antipapista. E ciò sia detto perché si capisca la posta in gioco, e come debba essere vigilante la fede.
Nel sito pubblichiamo una stralcio di un importante studio del prof. Francesco Alicino sulla falsa natura islamica del terrorismo estremista, e sui pericoli che, per combatterlo, le democrazie, compresa la nostra, smarriscano i loro fondamenti e tradiscano i diritti fondamentali.

Con i più cordiali saluti
                 www.chiesadituttichiesadeipoveri.it

BELLISSIMA PREGHIERA PER IL NUOVO ANNO SCRITTA DA UN CONTADINO SUDAMERICANO

Signore,
alla fine di questo anno voglio ringraziarti
per tutto quello che ho ricevuto da te,
grazie per la vita e l’amore,
per i fiori, l’aria e il sole,
per l’allegria e il dolore,
per quello che è stato possibile
e per quello che non ha potuto esserlo.

Ti regalo quanto ho fatto quest’anno:
il lavoro che ho potuto compiere,
le cose che sono passate per le mie mani
e quello che con queste ho potuto costruire.

Ti offro le persone che ho sempre amato,
le nuove amicizie, quelli a me più vicini,
quelli che sono più lontani,
quelli che se ne sono andati,
quelli che mi hanno chiesto una mano
e quelli che ho potuto aiutare,
quelli con cui ho condiviso la vita,
il lavoro, il dolore e l’allegria.

Oggi, Signore, voglio anche chiedere perdono
per il tempo sprecato, per i soldi spesi male,
per le parole inutili e per l’amore disprezzato,
perdono per le opere vuote,
per il lavoro mal fatto,
per il vivere senza entusiasmo
e per la preghiera sempre rimandata,
per tutte le mie dimenticanze e i miei silenzi,
semplicemente… ti chiedo perdono.

Signore Dio, Signore del tempo e dell’eternità,
tuo è l’oggi e il domani, il passato e il futuro, e, all’inizio di un nuovo anno,
io fermo la mia vita davanti al calendario
ancora da inaugurare
e ti offro quei giorni che solo tu sai se arriverò a vivere.

Oggi ti chiedo per me e per i miei la pace e l’allegria,
la forza e la prudenza,
la carità e la saggezza.

Voglio vivere ogni giorno con ottimismo e bontà,
chiudi le mie orecchie a ogni falsità,
le mie labbra alle parole bugiarde ed egoiste
o in grado di ferire,
apri invece il mio essere a tutto quello che è buono,
così che il mio spirito si riempia solo di benedizioni
e le sparga a ogni mio passo.

Riempimi di bontà e allegria
perché quelli che convivono con me
trovino nella mia vita un po’ di te.

Signore, dammi un anno felice
e insegnami e diffondere felicità.

Nel nome di Gesù, amen.

(Arley Tuberqui)


PENSARE E AGIRE

In periodo di campagna elettorale le promesse volano come aquiloni in cielo. Proprio in questo periodo è più che mai necessario restare sulla terra.
Infatti è sulla terra che continua la serie dei morti sul lavoro, anche perché scarseggiano i controlli e mancano le ispezioni. E' qui e ora che il popolo Mapuche non ha ancora interamente riavuto le sue terre; tanto meno i suoi diritti paritari. Ricordiamo bene la loro reclusione dei tempi della dittatura di Pinochet e le mille promesse disattese nei loro riguardi dai governi successivi.
Papa Francesco certamente non ha dimenticato le enormi complicità delle gerarchie cattoliche con il governo spagnolo che effettuò un vero genocidio.
E ora eccoci alle olimpiadi che vedono le due Coree sportivamente unite. Ottima cosa, ma la pace olimpionica non ci crei illusioni.
Tutto può essere utile, ma ci vogliono ben altri passi nel cammino verso il disarmo e la pace.
Franco Barbero

TEOLOGIA

Come spesso succede, mi trovo su moltissimi punti, in profonda sintonia con il grande teologo cattolico Carlo Molari.
Di lui voglio segnalare i numeri 2 e 3 del quindicinale Rocca su "La preghiera personale di Gesù".
Ne ho ampiamente parlato nel mio ultimo libro "Confessione di fede di un eretico".
Credo che riflettere sulla preghiera di Gesù aiuti a scoprire la sua personale relazione con Dio nei vari "passaggi" della sua e4sistenza storica.
Nel mio blog mi prefiggo sempre di segnalare le "produzioni teologiche" significative.
Franco Barbero
La terra non appartiene all'uomo. È l'uomo che appartiene alla terra.
Popolo Duwamish
Un'Italia che spende tanto nel gioco
On line i dati del 2016 legati al gioco d'azardo

I dati sono stati forniti dall'Aams (Agenzia delle Dogane e dei Monopoli) e sono disponibili online sul sito del settimanale L'Espresso. E sono dati inquietanti, quelli legati al gioco delle slot machine e delle video lotterie. Sulle nostre colonne più volte abbiamo affrontato l'argomento, prima che diventasse oggetto di severi regolamenti che di fatto limitano in modo pesante la presenza delle slot. In val Pellice è nato un comitato chiamato «No slot val Pellice» che ha portato avanti una campagna di sensibilizzazione verso le patologie legate al gioco d'azzardo, censendo tutte le macchinette presenti sul territorio e cercando di dare un riconoscimento a quegli esercizi commerciali che non avevano o rinunciavano alle slot, appiccicando un adesivo e inserendole in un elenco.
In queste ultime settimane entrando nei bar, nelle tabaccherie e in molti altri esercizi commerciali spesso ci siamo ritrovati davanti a videopoker e simili spenti, con sopra cartelli che ne indicavano la prossima rimozione. Cartelli figli della legge entrata in vigore a fine novembre anche in Piemonte che ha obbligato gran parte delle slot in esercizio sul territorio a essere staccate. Questo perché la legge prevede che nei comuni con popolazione fino a cinquemila abitanti, l'installazione di slot sia vietata in locali che distano meno di trecento metri da una nutrita serie di «punti sensibili», nei quali sono compresi luoghi di culto, scuole, impianti sportivi, ospedali, istituti di credito e stazioni ferroviarie. La distanza diventa di cinquecento metri nei comuni con più di cinquemila abitanti.
Lamentano probabili pesanti perdite i rappresentanti degli installatori di macchinette, anche perché le stime dicono che il 70% dei punti di gioco sono irregolari in base alla nuova legge.
Si lamentano anche al Ministero perché la legge regionale, più severa di quella nazionale, priverebbe l'Erario di una quota importante di entrate che derivano appunto da questi giochi. Ma sembra esserci minor attenzione verso quelle migliaia di persone che ogni giorno buttano al vento veri tesori (centinaia di milioni di euro all'anno!) o verso i costi reali e sociali del gioco d'azzardo; dalla vera propria rovina in cui cadono intere famiglie alle tensioni e violenze che si innescano, o ancora dal denaro che a livello di sanità pubblica si spendono nel tentativo di recuperare i giocatori incalliti.
E andando a spulciare i dati c'è da rimanere quantomeno stupiti. La media, cioè quanto spende all'anno ogni abitante, delle giocate è di 355 euro a Torre Pellice, 255 a Luserna San Giovanni, 815 a Bricherasio, 832 a Pinerolo, 66 a Porte, 646 a Villar Perosa, 256 a Perosa Argentina, 384 a Pomaretto, 210 a Perrero, 151 a San Germano, 183 a San Secondo.
I dati alti di Pinerolo e Bricherasio sono da inserire in un contesto con la presenza sul territorio di sale giochi, mentre per molti piccoli comuni (Bobbio Pellice, Prali, Massello, Rorà…) non c'è la presenza di slot e similari.
Samuele Revel e Piervaldo Rostan

(Riforma 5 gennaio)

​[la Repubblica 9 gennaio]

Il via libera alle trivellazioni offshore scatena l'ira degli ambientalisti

NEW YORK. Mezzo miliardo di ettari di superficie marina lungo le coste americane saranno aperti alle trivellazioni petrolifere off-shore e, dall'anno prossimo, il governo di Washington avvierà la più grande vendita di licenze di sfruttamento nella storia del paese. Questo il piano con cui Donald Trump intende sotterrare per sempre le politiche ambientaliste del suo predecessore, Barack Obama, trasformando gli Usa, come spiega il suo ministro degli interni Ryan Zinke, «nella più grande super-potenza energetica del mondo».
I big del petrolio applaudono. «È esattamente quello di cui avevamo bisogno per gli investimenti futuri», esulta Dan Naatz, vicepresidente della Independent petroleum association. Ma la reazione degli ambientalisti, dei democratici e persino di molti esponenti della destra è ostile. I democratici fanno capire che questa svolta contro l'ambiente sarà un elemento importante nelle elezioni di midterm a novembre. Trump aveva sempre promesso durante la campagna presidenziale che avrebbe abolito le norme pro-ambiente varate negli otto anni di Obama, che considerava inutili e lesive per la crescita economica. Nel primo anno di presidenza ha dato la disdetta all'accordo di Parigi sul clima. Ha scelto per alcuni posti chiave del governo, a cominciare dalla Epa, dei personaggi che rifiutano di accettare le conclusioni degli scienziati sul clima. Ha ridotto la capacità di sorveglianza delle agenzie federali. Ma l'ultima mossa sulle trivellazioni è probabilmente la più grave, come hanno subito denunciato 60 organizzazioni ambientaliste.
Ar. Zam.

(la Repubblica 6 gennaio)