venerdì 26 maggio 2017

BUON RAMADAN

Cari fratelli e sorelle che iniziate oggi questo periodo di preghiera e di digiuno.
Che Allah accompagni i vostri giorni e vi mantenga nella ricerca della Sua volontà.
Stasera mi sono unito a voi con la preghiera della prima Sura del Corano.
                                                                          

L'INVENZIONE DEL PECCATO ORIGINALE

"La dottrina del peccato originale è una supposizione teorica che certi pensatori o teologi hanno liberamente chiamato in causa per spiegare le situazioni confuse in cui essi trovavano gli eventi umani che, così com'erano o apparivano, non potevano rientrare in un piano creativo voluto da Dio e che, nel caso, non potevano che derivare da interferenze esterne, abusive, trasgressive che potevano provenire dall'essere intelligente, l'uomo.
Un errore che avrebbe sconvolto la storia  e tuttavia rimasto sconosciuto ai profeti (nessuno sembra parlarne) e di cui Gesù stesso non ha fatto parola".
Ortensio Da Spinetoli, L'inutile fardello, Chiarelettere  Ed. pag. 22

INCONSAPEVOLEZZA

"La Chiesa sembra scomparire sempre più dalla coscienza delle giovani generazioni. Non ci si arrabbia nemmeno più per l'arretratezza della gerarchia in così tante questioni che riguardano la morale e il dogma.
Non ci si interessa più della Chiesa, che per la vita di molti giovani è ormai priva di significato. Ma in Vaticano quasi non ci si accorge di questo. Ci si vanta dei numerosi pellegrini, anche se molti di loro sono semplici turisti, e si ritiene che "la gioventù" sia quella che incontra il papa alle giornate mondiali".
Hans Kung, Salviamo la chiesa, Rizzoli, pag.23.

Cercare

Signore, fammi vivere
con il desiderio appassionato
di cercare e di compiere
la Tua volontà.
    Franco Barbero

DOMENICA 28 MAGGIO IN VIA CITTA' DI GAP,13

Domenica 28 maggio ci troviamo nella sede della comunità per due momenti importanti:
Dalle 10 alle 11 svolgeremo una celebrazione comunitaria a partire dagli ultimi testi che abbiamo letto nei gruppi biblici.
Dalle ore 11:assemblea di programmazione per il mese di giugno e soprattutto per la scelta delle attività estive e per l'individuazione delle letture bibliche che affronteremo a partire da settembre.
C'è bisogno di idee ed energie.
Nel pomeriggio, a partire dalle ore 15, siamo invitati/e alla Cascina del gruppo Abele di Roletto per la consueta festa di estate

SUPERSTIZIONI MARIANE: QUESTA è MENO INDECENTE

IL SEGRETO DELLA MADONNA DI FIORANO
Lo sapevate che a Sassuolo e Fiorano stanno organizzando un film sulla Madonna di Madjugorje? Con apparizioni, miracoli e conversioni, legate sembra alla storia di un giovane tossicodipendente. Non so se abbiano interpellato non solo il parroco, il sindaco e i cittadini, ma anche…la nostra Madonna del Castello a cui è dedicato il santuario molto amato dai modenesi e meta di pellegrinaggi specialmente nel mese di maggio.
C’è un conflitto di interessi. Senza far torto alla madonna croata, l’antica devozione alla Vergine di Fiorano è un’altra cosa. Intanto la Madonna di Fiorano non ha fatto e non continua a fare apparizioni a comando. Non parla come quell’altra, ripetendo da 20 anni e più le stesse cose su preghiera e conversione minacciando castighi divini con segreti ovviamente sconosciuti; come ha fatto quella di Fatima. E’ buona pacifica e pietosa, ascolta e consola la madonna del Castello. Dai quadretti degli ex voto non sono raccontatati miracoli, ma grazie (PGR c’è scritto: Per Grazia Ricevuta). Una donna salvata da un incendio, un uomo caduto da cavallo rimasto illeso, un bimbo guarito dalla febbre ecc.
Il buon fedele ha ritenuto che la salvezza dall’incidente e la guarigione dalla malattia sia un dono di Dio una grazia per opera di Maria. Non un ‘miracolo’. E poi la Madonna di Fiorano non è indagata come quella di Medjugorie. Come sapete i vescovi hanno proibito pellegrinaggi organizzati da preti e il papa stesso ha delle forti perplessità (“Una madonna non obbedisce ai comandi di chi la chiama a orari fissi”).
Sappiamo bene che questi fenomeni di apparizioni, visioni, miracoli, segreti, attirano, fanno cassa e alzano gli ascolti televisivi. Illudendo tante persone curiose, malate e disperate. Sono altri i canali per ravvivare la fede dei credenti e per dare speranza.
Propongo al regista mantovano Visentini, di fare un altro film più serio. L’antico dipinto del santuario nasconde un segreto non ancora rivelato. Racconta una bellissima storia: un soldato davanti a Maria che abbraccia il suo bambino, è inginocchiato ai suoi piedi a mani giunte; non ha più la spada e chiede perdono e pace. Ha appena deposte le sue armi insanguinate, disgustato dal saccheggio e dalle uccisioni fatte per conto delle truppe papali che hanno distrutto anche il castello nel 1654. Si può raccontare la storia di questo soldato di ventura che venuto dalla Germania, si commuove di fronte a un affresco, misteriosamente salvata dall’incendio. Ha come una visione nel suo cuore. Gli sembra che il dolce viso della vergine che abbraccia un innocente bambino le parli. Si converte chiede perdono e cambia vita. Immagino che abbia passato il resto della sua vita ad aiutare povere donne e uomini colpiti dalla guerra e dalle malattie.
Beppe Manni 21 Maggio 2017 (Gazzetta di Modena)

LA RIFLESSIONE DI UN PROTESTANTE

Il Vaticano, le veglie contro l'omofobia e l'ipocrisia
Andrea Panerini

www.lapaginacristiana.it
Nella settimana tra il 14 e il 21 maggio si stanno svolgendo in tutta Italia iniziative, sia laiche che religiose, per la lotta all’omofobia, fra cui, a Firenze, quelle della Chiesa Protestante Unita. In questo contesto, certamente positivo, Vi sono anche veglie di preghiera organizzate nelle chiese cattoliche che tuttavia determinano un grave fraintendimento nelle opinioni sia dei credenti che dei cittadini in genere.
Il fraintendimento, che sconfina nell’ipocrisia di alcuni, riguarda l’atteggiamento della Chiesa cattolica romana e dell’attuale pontefice nei confronti dell’omosessualità. Il 10 maggio scorso il quotidiano – un tempo progressista e laico ma ora sempre più allineato con il Vaticano – “Repubblica” titolava: Porte aperte ai gay, la svolta della Chiesa. In parrocchia le veglie antiomofobia, – facendo seguito alle famose parole di papa Francesco “Chi sono io per giudicare?”. Non sappiamo se l’articolista abbia avuto consapevolezza della confusione in cui ha indotto i suoi lettori, ma intendiamo chiarirlo.
Ora bisogna fare una premessa di carattere generale, su un aspetto di cui anche molti cattolici romani non hanno una esatta conoscenza: la Chiesa cattolica romana, oltre ad essere una organizzazione gerarchica, è anche fortemente burocratizzata e centralistica, perlomeno dall’XI secolo ad oggi. Le dichiarazioni e affermazioni dei suoi esponenti, incluso il Pontefice, non vincolano in alcun modo né i fedeli, né la stessa Chiesa di Roma, se non sono formalizzate per iscritto in un documento ufficiale (enciclica, bolla, breve, costituzione apostolica, decreto conciliare, esortazione apostolica, motu proprio) che a diverso livello di autorità e solennità sanciscono per tutto l’ecumene cattolico una decisione e/o una esortazione del pontefice e della Curia romana.
Le posizioni di apertura espresse dal pontefice non sono mai state formalizzate in questo modo. La conclusione che se ne deve trarre è che le parole di Francesco, per quanto possono essere state ispirate dalle migliori intenzioni, rimangono parole in libertà senza cambiare di una virgola la teologia e la morale cattolica in materia di sessualità e in particolare di omosessualità. Verba volant, scripta manent.
Infatti l’articolo di “Repubblica” da cui abbiamo preso le mosse per questo commento, cita nuovamente la Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali del 1986, scritta da Joseph Ratzinger (futuro Benedetto XVI) all’epoca Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (ex S. Uffizio). Un documento che non è stato minimamente smentito o scalfito dall’attuale Papa, quindi tuttora in vigore, un documento che afferma: «Scegliere un’attività sessuale con una persona dello stesso sesso equivale ad annullare il ricco simbolismo e il significato, per non parlare dei fini, del disegno del Creatore a riguardo della realtà sessuale. L’attività omosessuale non esprime un’unione complementare, capace di trasmettere la vita, e pertanto contraddice la vocazione a un’esistenza vissuta in quella forma di auto-donazione che, secondo il Vangelo, è l’essenza stessa della vita cristiana. Ciò non significa che le persone omosessuali non siano spesso generose e non facciano dono di se stesse, ma quando si impegnano in un’attività omosessuale esse rafforzano al loro interno una inclinazione sessuale disordinata, per se stessa caratterizzata dall’autocompiacimento.»
Nessun cambiamento formale, quindi, e nemmeno sostanziale visto che la maggiore o minore apertura dipende dal singolo prete e/o vescovo mentre le proposizioni del magistero vaticano sono molto precise e nette. Il documento di Ratzinger prosegue affermando che «la doverosa reazione alle ingiustizie commesse contro le persone omosessuali non può portare in nessun modo all’affermazione che la condizione omosessuale non sia disordinata» e che «le persone omosessuali sono chiamate come gli altri cristiani a vivere la castità. Se si dedicano con assiduità a comprendere la natura della chiamata personale di Dio nei loro confronti, esse saranno in grado di celebrare più fedelmente il sacramento della Penitenza, e di ricevere la grazia del Signore, in esso così generosamente offerta, per potersi convertire più pienamente alla sua sequela.» Alcune persone, quindi, possono anche essere nate omosessuali ma devono vivere in castità e penitenza (il concetto cattolico romano di penitenza, così profondamente diverso da quello protestante).
La conclusione di queste osservazioni è che qualunque proposizione del tipo “i tempi sono cambiati con Francesco” non è altro che una millanteria mediatica intesa a confondere l’opinione pubblica oppure ad autoilludersi. Quale sarebbe infatti la svolta propagandata da alcuni media e da taluni gruppi cattolici?
Vale la pena ricordare anche che proprio l’attuale pontefice Francesco ha paragonato la fantomatica teoria gender ad una guerra mondiale ed ha affermato che gli omosessuali non possono diventare preti. Jorge Bergoglio, come lo stregone narrato da Goethe, è rimasto intrappolato dagli spiriti che lui stesso ha evocato, stretto tra una opinione pubblica che desidera maggiore apertura per continuare a considerarlo un Papa “progressista”, e una dottrina cattolica che non può essere in alcun modo cambiata. In tutto questo ovviamente qualsiasi seria e ponderata discussione sulla Sacra Scrittura è annullata e considerata irrilevante.
Noi guardiamo con amore ai fratelli e sorelle cattolici che, spesso ingenuamente, hanno creduto e credono alle fittizie aperture del pontefice circa la questione omosessuale ma non saremmo sinceri se non dicessimo alcune cose: in primo luogo che l’ecumenismo per funzionare deve essere rispettoso delle differenze e delle distanze che intercorrono tra le Chiese su questo argomento come sugli altri. E’ tipico dei cattolici e dei loro gruppi definirsi “cristiani” tout court escludendo le altre sensibilità confessionali o mettendole ai margini senza rendersi conto che questa è una arroganza che ferisce ed esclude.
In secondo luogo che essi sono più o meno involontariamente strumentalizzati dalla gerarchia vaticana per i suoi fini socio-politici e culturali, che sono quelli che tenere insieme correnti anche di segno opposto sui temi teologici, ecclesiologici ed etici così come li intende la Chiesa cattolica. Quello che auspichiamo è un confronto serio e pacato sul merito della questione, ricordando che, come protestanti, noi riconosciamo in Cristo l’unico Capo della Chiesa e non un uomo vestito in bianco che abita in Vaticano.


UNA MIA BREVE NOTA PERSONALE
La lettera dell'amico Andrea Panerini ricorda ambiguità vaticane che denuncio da almeno 40 anni. Mentre continuo a lottare per la conversione della mia chiesa invitando le persone GLBT a sentirsi chiesa senza dare il minimo peso alle rozze e oppressive norme ecclesiastiche di stampo gerarchico.
Il popolo di Dio che fa riferimento al Vangelo, e non alla gerarchia, cresce anche nella chiesa cattolica.
Credo però che  dirsi cristiani non sia l'esclusiva di nessuno e non vedo in questo nessuna ambiguità.
L'importante consiste nel fatto nessuno pensi di ridurre la propria esperienza come quella che sola merita il titolo di cristiano. Da quel che conosco mi sembra che i credenti GLBT amino molto il dialogo con tutte le chiese cristiane, come avviene qui a Pinerolo.
Devo dire però che spesso anche voi protestanti fate con i cattolici tante sbracciate giulive, ma su i terreni decisivi della cristologia e della trinità...e di tutta la dogmatica dei primi concili, spesso andate d'amore e d'accordo. Per me queste restano tematiche sulle quali è impossibile dilazionare il dialogo.
Ci resta da compiere un lungo cammino da tutte le parti....E lasciamo stare papa Francesco che su donne, omosessualità e famiglia non è nemmeno ancora arrivato all'inizio del medioevo.
Carissimo Andrea, lavoro con le persone reali che incontro, il papa lo lascio a Roma e da lui, su questi terreni, non mi aspetto nulla, proprio nulla. Dico nulla.
Con tanta stima e affetto.
don Franco Barbero
NO all'energia nucleare

Il NO vince al referendum e così lentamente la Svizzera si congeda dal nucleare. La bella notizia è però senza tempi precisi. Speriamo che la gradualità non cancelli la svolta.

F. B.
Del buon uso delle crisi

Agli occhi angosciati del popolo ebraico, l'esilio in Babilonia - cui fu costretta buona parte di esso attorno a1l'anno 587 prima dell'era volgare - dovette apparire, e, in effetti fu, una cesura straordinaria della sua storia. Un evento epocale che comportò fra l'altro una radicale messa in discussione del suo rapporto con il Dio dei suoi padri, Abramo, Isacco e Giacobbe. Gli avvenimenti drammatici si erano succeduti a raffica, dalla resa di Gerusalemme - città santa e ricettacolo della promessa divina - all'abbattimento del sontuoso tempio edificato da re Salomone, fino alla deportazione forzata degli ultimi successori di re Davide, con una veemenza tale da incrinare nel profondo l'immaginario collettivo di Israele. Va contestualizzata in quella stagione delicata e complessa la predicazione di Geremia, profeta sofferente per antonomasia: cardine della quale è, da un lato, la sottolineatura della necessità di un'alleanza nuova e finalmente eterna fra Dio e il suo popolo (Ger 31, 31-34), e dall'altro l'annuncio scandaloso secondo cui il tempo della cattività e della diaspora sono interpretabili - a dispetto di ogni apparenza - come occasioni reali di salvezza.
Ecco il significato, strategico, della lettera che egli invia ai compatrioti correligionari tratti prigionieri a Babilonia (Ger 29, 1-14), dal contenuto paradossale, che rilegge l'esilio come una sorta di esodo alla rovescia, punto di partenza per un diverso inizio: contro le sicurezze improprie di un passato glorioso ma già irrimediabilmente trascorso, Israele potrà riscoprire le proprie radici e il senso autentico della propria convocazione fra le genti - proclama controcorrente Geremia - solo nella dispersione, in mezzo ai pagani, nel cuore di un paese straniero e tradizionale irriducibile suo nemico. Agli abitanti di Gerusalemme, (comprensibilmente) affannati a salvare il salvabile dagli attacchi degli invasori, il profeta annuncia dunque che chi intende conservare tutto rischia di perdere anche se stesso, mentre chi sarà disponibile a perdere ogni bene ora riavrà i suoi giorni e anzi li conquisterà come preda di guerra (la vita come bottino è tema ricorrente in Geremia, cfr. 21, 9; 38, 2; 39, 18; 45, 5). Elie Wiesel riassumerà così quella lettera: "Siccome siete nella Diaspora, fate qualcosa per darle significato. Altrimenti rischierete la disperazione, e la disperazione non ha posto nella storia ebraica" (da Cinque figure bibliche).
Rileggere le vicende degli ebrei esiliati in quel tragico frangente sarebbe oggi importante per il nostro continente, che sta faticosamente cercando di far fronte a un esodo - non a caso definito di prassi giornalisticamente biblico - di persone in fuga da terre segnate dalle guerre e dalla scarsità di cibo e/o di speranza. Sarebbe utile, in particolare, fare qualcosa per dare significato a quanto sta accadendo. Se conoscessimo la Bibbia, e non la conosciamo, mettere a fuoco la lettera di Geremia ci aiuterebbe a trarne un insegnamento per nulla scontato: ci sono momenti, nella storia, in cui bisogna attrezzarsi per cogliere l'occasione che si presenta, e bisogna farlo con il dovuto coraggio, senza alimentare la comprensibile paura del nuovo che caratterizza gli esseri umani, e con la dovuta capacità di visione lunga. Uno spostamento di genti così massiccio come quello cui stiamo assistendo, infatti, non può essere letto con la lente minuscola di qualche mese o qualche anno, ma con un cannocchiale accurato, che ci consenta di vedere lontano. Di capire che una simile immissione di giovani desiderosi di rifarsi una vita in Europa non rappresenta solo un problema nell'immediato periodo, ma un'autentica benedizione, in prospettiva. Questo dovrebbe dire la politica europea, se ne esistesse una, invece di attardarsi nel macabro rituale del ripristino di illusori muri di contenimento, nella riscoperta delle frontiere statali e soprattutto nei nazionalismi identitari che tanto male hanno portato al nostro continente. Dovrebbe dire che tutto sta in come ci rapporteremo a questo kairòs, a questa crisi: perché in mancanza di maestri, nella società in cui viviamo, sono le crisi i grandi maestri che hanno qualcosa da insegnarci, che possono aiutarci a entrare nell'altra dimensione, nella profondità che dà senso alla vita.
La crisi questa crisi, andrebbe  colta come una sorta di rito di passaggio, così da svolgere un insostituibile ruolo pedagogico: facendoci uscire dal consueto, dal rassicurante e dal ripetitivo, obbligandoci a prendere coscienza della realtà e a uscire dalle illusioni, spingendoci a una  lettura sincera e, se necessario, impietosa di noi stessi e dei margini sociali, ecclesiali, economici, etici che ci eravamo dati. E se è vero che ogni crisi è una crisi di identità, questa vorremmo fosse un appello a ripensare noi stessi, le nostre società, le nostre chiese.

(QOL, 179/180)


​[la Repubblica 18 maggio]

“La democrazia non è una questione di leggi elettorali”

«Idioti di tutto il mondo unitevi. Chiamate pure "inutili" gli studi del latino e del greco. Non avete capito niente. Il pensiero classico oggi non è solo utile, è necessario per la nostra democrazia». In Sala Gialla è Cacciari show. Non vola una mosca anche perché il filosofo, appena prende parola, rimette subito al suo posto un importuno fotografo che lo sta deconcentrando: «Adesso ho iniziato a parlare io e smette lei, va bene?». La platea si gela. Si incolla ai seggiolini, occupati fino all'ultimo posto utile. Cacciari è al Salone del Libro per presentare «Ianus», il festival della Cultura classica che partirà a Torino dall'autunno, col sostegno di Treccani, e sarà un'immersione nella lingua e nel pensiero classico greco e latino per scoprirne la sorprendente attualità.
Cacciari si cala nella parte. Vola subito altissimo, salta qua e là, dal 430 a.C. all'Italia di oggi, che non ha mica ancora deciso se essere erede del demos dei greci, che riuniva cittadini della stessa terra con lo stesso sangue, o del populus dei latini, che fondava lo Stato sull'utilità, cioè sul patto di rispettare le stesse leggi. Le 600 persone restano appese alle parole del filosofo veneziano come davanti a un giallo di Netflix. Cacciari teatralizza, cita Tucidide e si immedesima in Pericle per spiegare alla folla perché della democrazia noi, in fondo, non abbiamo capito niente. «In che senso la democrazia ha ancora un senso? - instilla il dubbio -. Certo non perché siamo qui a disquisire della legge elettorale».
Vola al V secolo a.C. e, anche se le premesse sono chiare («I classici vanno rivitalizzati, sennò è come andare a trovare i parenti morti»), tradisce un velo di nostalgia per i «veri capi democratici» di allora. Arringa: «Gli ateniesi erano giustamente egemoni in Grecia perché erano tutti filosofi e amanti del bello». Qualcuno in sala si chiede se sia impazzito. Lui surfa sull'etimologia delle parole e svela la sua ricetta: «Gli ateniesi erano tutti philosofountes, dal calzolaio al politico, animati dalla curiosità di informarsi criticamente in prima persona. E amanti del bello, che non significa andare ai musei, ma produrre qualcosa di utile e bello per la propria comunità». In assenza di questo si resta «una moltitudine, come noi siamo, e non un popolo. La democrazia è poca cosa, anzi forse non ce ne facciamo nulla».
Letizia Tortello

(La Stampa 19 maggio)

I centri per l'Alzheimer sono chiusi per lavori. Difficoltà per le famiglie

Potenziamento dell'assistenza domiciliare e pazienti dirottati su altre strutture. Sono le misure decise dall'Asl di Torino per tamponare, non si sa con quale risultato, le difficoltà innescate dai lavori che hanno ridotto da quattro a due i centri diurni per i malati di Alzheimer, e quindi gli inserimenti di nuovi pazienti. Situazione segnalata ieri, sulla rubrica «Specchio dei Tempi», da Aldo Lo Turco: «A Torino esistono, sulla carta, tre strutture: via Farinelli, via Spalato e via Valgioie, ma è attiva solo quella di via Farinelli.  Le altre due sono chiuse da moltissimo tempo per (ufficialmente) ristrutturazione ma (realmente) per mancanza di fondi e personale».
Malattia in crescita
Un problema che lo tocca da vicino, dovendo procedere all'inserimento di un parente malato di Alzheimer; e molti altri come lui. Stando agli ultimi dati della Regione, che ha aderito al piano nazionale demenze, in Piemonte sono almeno 75 mila i malati di Alzheimer a fronte di un dato nazionale che ne registra circa 600 mila in Italia (con stime di casi triplicati nei prossimi anni). E ancora: l'Alzheimer, da solo, vale 6 dei 10-12 miliardi che si stima rappresentino il costo annuale delle demenze complessivamente intese.
In realtà esiste una quarta struttura, in Via Schio: il che non leva nulla alla inaccessibilità dei centri diurni di via Spalato (pubblico ma dato in gestione ad una cooperativa) e Valgioie (privato). In entrambi i casi, precisano dall'Asl, la chiusura è stata decretata per la necessità di interventi di ristrutturazione ormai improrogabili.
Centri chiusi
In effetti in via Spalato un avviso, con riferimento alla Rsa, informa che «sono stati programmati i lavori per la realizzazione dei bagni all'interno delle stanze della Rsa, come previsto dalla normativa regionale vigente. I lavori verranno effettuati cercando di arrecare il minor disagio possibile agli ospiti, lasciando inalterati i servizi assistenziali previsti». È datato 29 novembre 2016.
Soluzioni alternative
Dall'Asl informano che i lavori, ad opera della cooperativa che ha in gestione la Rsa, sono stati appena terminati ed è partita la richiesta per ottenere l'autorizzazione all'accreditamento: i malati possono rivolgersi, evidentemente tramite chi li assiste, al valletta (un centro diurno, ma integrato); potenziata l'assistenza domiciliare. Lavori sostanzialmente conclusi anche in via Valgioie: in questo caso si attende l'accreditamento e 1'affidamento alla cooperativa di riferimento; i malati possono rivolgersi nel centro di via Schio (potenziata, di nuovo, l'assistenza domiciliare). Questa, ad oggi, è la situazione. Né è dato sapere, precisamente, quando queste strutture torneranno nuovamente accessibili.
Alessandro Mondo

(La Stampa 19 maggio)

giovedì 25 maggio 2017

A PARMA CON DON LUCIANO SCACCAGLIA

Dopo la sua morte, avvenuta meno di due anni fa, riemergono in me alcuni ricordi della nostra amicizia e collaborazione. Egli venne a Torino a festeggiare 14 anni fa il nostro corso biblico che compiva 25 anni insieme a Tonino Cau.
Quando 9 anni fa mi invitò  a celebrare la messa domenicale nella sua parrocchia di Santa Cristina a Parma, temevo per lui perché mi aveva citato abbondantemente nel suo commento al Vangelo di Marco e aveva voluto e pubblicato una mia lunga recensione su un giornale molto noto a Parma.
Andai con gioia a presiedere la celebrazione in una comunità che sentivo viva e itinerante.
Finita la celebrazione mi trattenni in un intenso dialogo con alcuni partecipanti. Don Luciano insisteva perché io visitassi la sacrestia. Ero stupito di questa insistenza. Entrato vidi, più accantonate che allineate, quasi ammucchiate, parecchie statue di madonne, santi, ritratti, reliquie e don Luciano sorridente: "Vedi, ho scelto la via della gradualità. Per non far morire d'infarto i devoti.....faccio sparire una statua alla volta e così ne ho fatto un mucchio in sacrestia. In questo modo sfoltisco il panorama ed educo a guardare a Gesù e soprattutto a Dio. Se il vescovo viene in parrocchia, trova tutto in sacrestia".
Don Luciano, con saggezza pastorale, accompagnò la sua comunità verso il centro e riportava in sacrestia la superstizione. In quell'occasione gli suggerii di portarle in cantina....
E il nuovo parroco? Riporterà in chiesa i "sacri gessi"?
Bisogna vigilare perché bastano due anni per rovesciare il cammino di una comunità.
don Franco Barbero

COMMENTO ALLA LETTURA BIBLICA DI DOMENICA 28 MAGGIO

Cuore della missione è la testimonianza

16 Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. 17 Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. 18 Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. 19 Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, 20 insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
Matteo 28,16-20

La chiusa del Vangelo di Matteo è solenne, perentoria, rassicurante. Il compito è preciso, il cammino è chiaramente indicato, soprattutto i discepoli sono rassicurati: "io sono con voi tutti i giorni, fino alla consumazione del tempo". Gesù, secondo il Vangelo di Matteo, si congeda dai suoi discepoli con un progetto ed un equipaggiamento che non lascia spazio alle incertezze. Non posso tralasciare un accenno: nella lettura ufficiale cattolica e cristiana questi versetti sono stati utilizzati per "dimostrare" il dogma della Trinità. In alcuni miei libri (e su questo blog nel 2008) ho chiarito questo equivoco addirittura umoristico. Pensare che Gesù o Matteo avessero già in testa il dogma trinitario è una di quelle barzellette teologiche che vengono vendute come verità di fede.

Riscoprire il contesto di Matteo

Ovviamente noi siamo abituati a leggere questa conclusione come il "mandato missionario universale e il "superamento dell'ebraismo". Una simile lettura ingenua è storicamente e teologicamente falsa. Chiedo a chi legge uno sforzo per contestualizzare.
Il "cristianesimo", come religione separata dall'ebraismo, non è ancora nata.
Piuttosto la "chiesa" (che sta per assemblea locale) di cui parla Matteo è la qahal, l'assemblea degli israeliti radunata nel deserto che appartiene al vocabolario dell'alleanza. "Matteo è testimone di una separazione sempre più netta fra ebraismo messianico ed ebraismo rabbinico...... Matteo è un evangelo molto più "giudaico" di Marco. O meglio: è decisamente più rabbinico..... Vuol dire che Matteo ha "rigiudaizzato" Marco. Lo ha riscritto all'interno e per mezzo di categorie rabbiniche.
Quando ci dice che dobbiamo imparare dall'ebraismo farisaico, ci dice ciò che lui stesso ha fatto. Ci dice anche, implicitamente, che esistevano ancora le condizioni per farlo" (A. Mello, Evangelo secondo Matteo, pag. 40), cioè non era ancora avvenuta la rottura con l'ebraismo.
Matteo ha voluto riscrivere la Toràh (La legge mosaica) in senso messianico, cioè attualizzandola nella figura di Gesù il Messia. Questo non è un modo per abrogare la Toràh, o per ridurla a ciò che di essa si è realizzato nel Messia. Al contrario, essa è talmente vera da realizzarsi perfettamente in lui..... In questo modo, Matteo ha il merito teologico di avere salvaguardato la Toràh mosaica, nel concerto di un messianismo primitivo che non le era tutto favorevole" (Salem).
In questo scritto, eco della sua opera, Matteo inconsciamente ci lascia un autoritratto nel versetto 13,52: "Ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile ad un uomo, padrone di casa, che trae fuori dal suo tesoro cose nuove e cose vecchie".
Matteo, nei decenni successivi alla morte di Gesù, su questo terreno occupa una posizione vicina a Giacomo e diversa da Paolo: "La problematizzazione della legge mosaica ha condotto Paolo a questa operazione inconcepibile per il pensiero giudaico: dissociare la legge dalla grazia; solo la grazia dono salvifico salva, non il comandamento. Questa disgiunzione ha avuto delle ripercussioni incalcolabili. Essa ha falsato la lettura cristiana dei testi giudaici, intesi il più delle volte come depositari di una religione strettamente legalista, sprovvista di ogni percezione della grazia. Al contrario, l'ambivalenza della legge, simultaneamente grazia ed esigenza, precetto e dono salvifico, è un dato costitutivo della tradizione veterotestamentaria e giudaica. Matteo non se n'è scostato" (D. Marguerat).
Paolo, nel suo stile polemico ed aggressivo, su questo punto prende un abbaglio. Del resto la polemica accesa  era assai diffusa all'interno del giudaismo del suo tempo.

Il dono invita all'impegno
Matteo non ha dimenticato che proprio il dono di Dio, ogni dono di Dio, diventa appello ad agire, ad assumere le nostre responsabilità. Ancora Matteo non ha mai dimenticato che solo l'amore rende fecondo e gradito a Dio ogni "adempimento" nelle opere. Egli esprime alla sua comunità la preoccupazione che l'annuncio dell'amore gratuito con cui Dio ci "salva", ci accoglie e ci accompagna non sia interpretato come disimpegno. Per lui l'annuncio di Gesù, che egli riconosce come il Messia di Israele, impegna la Comunità sul terreno delle scelte quotidiane. Gesù è il Maestro di vita: "Non chiunque mi dice "Signore, Signore!" entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio". (7, 21).
Ieri e oggi

Che cosa vuol dire essere fedeli alla nostra tradizione ebraico - cristiana oggi? La "lezione" di Matteo ci è preziosa.
Chi si rinchiude nel passato non ama la tradizione, ma è un "fanatico della tradizione", cioè un tradizionalista. Chi ama un albero, ne ama e ne cura la crescita e lo sviluppo.
Tradizione non ha nulla in comune con tradizionalismo. Tradizione deriva da due parole latine: Trans e ducere = portare oltre, andare oltre. Significa movimento, non immobilismo.
Matteo capisce che non c'è bisogno di archiviare il passato, ma di completarlo, continuarlo, superarlo.... Egli è in polemica contro quei correligionari, ebrei come lui, che non si aprono a prospettive nuove.
Questo genere di polemiche interne erano nel giudaismo molto frequenti e feconde. Matteo crede, anzi, che Gesù sia un Maestro e profeta che spinge la sua religione ad aprirsi a tutti i popoli..... e che questa sia la volontà di Dio.
Oggi il cristianesimo è da secoli una religione separata dall'ebraismo (purtroppo per me!), ma resta valida questa sfida a "proseguire la strada", a non rinchiuderci nel passato. Purtroppo le chiese cristiane, in larga misura, sembrano prigioniere della paura e si chiudono nelle loro torri dogmatiche, moralistiche e liturgiche.
Non si distruggono le nostre radici se si ha il coraggio di guardare in faccia la nuova realtà con i suoi problemi. Invece si soffoca la fede se non si crede che, attraverso il messaggio di Gesù, Dio ci accompagna verso il futuro.
E' la nostra "tradizione", nel senso vivo della parola, che esige un coraggioso andare oltre. In questo cammino Gesù ci precede. "Andate dunque" non è per noi l'invito a mandare dei missionari a battezzare e convertire al cristianesimo, ma l'esortazione, la chiamata a rinnovare la nostra testimonianza cristiana nelle vie del mondo, nell'esistenza quotidiana.

O Dio
Per continuare la strada di Gesù dobbiamo deporre qualche indumento imperiale, immergerci nel cammino degli appiedati, buttare dalla finestra un po' di madonne e un po' di santini e qualche dogma superfluo, inventato nei secoli e gabbato come verità, per avere il coraggio di ritornare radicalmente al Vangelo.

LIQUIDATO BAGNASCO, ARRIVA BASSETTI

Insomma, non lasciamoci prendere dall'euforia.
Parlare di una "svolta" e di un "vescovo-eroe" mi sembra più che eccessivo, ma certamente il nuovo presidente dei vescovi italiani dà un segnale positivo: è un prete vicino alla gente che vive i problemi reali, uno che non si monta la testa.
E' interessante notare che, come avviene tra i teologi e le teologhe, quasi sempre il buon livello si trova tra gli anziani. Il più delle volte le nuove leve hanno l'arte di girare attorno ai problemi, di riverniciare i dogmi, di non compiere imprudenze e di accudire con eccessiva attenzione al proprio "posticino".
Sarò ben lieto di annotare qualche novità sostanziale, ma per ora non se ne vedono all'orizzonte.
Franco Barbero