giovedì 29 giugno 2017

IUS SOLI, LA POLITICA DIVISA E IL VALORE DELLA CITTADINANZA

Vi è nell'idea dello Ius soli una ragione così umana e fondamentale della quale ci sfugge la portata se prestiamo attenzione alle cronache parlamentari: l'idea che la condizione di tutti noi su questa terra sia quella di ospiti e viaggiatori, più o meno nomadi o stanziali, più o meno accasati da qualche parte o pendolari. Chi più chi meno, tutti abbiamo radici trasportabili (e che molto spesso trasportiamo per davvero), e siamo nati per caso qui o là. E questo la dice lunga sulle roboanti s-ragioni della destra, leghista o pentastellata che sia. Pochi riflettono sul fatto che giustificare democraticamente, o addirittura con l' appello ai diritti umani, i confini degli Stati, è molto complicato, anzi impossibile – chi ci ha provato è caduto in tante aporie che ha dovuto alla fine riconoscere che di Stati c'è bisogno; che sono una fatticità impossibile da ignorare; che, insomma, i confini rispondono a ragioni di prudenza.
Insoddisfatti di queste ragioni storiche, alcuni filosofi hanno cercato a partire dall' Ottocento di dare ragioni più spesse, e perfino naturali o congenite alle culture nazionali – gli Stati sono allora diventati etici, o perché resi essi stessi un valore primario (che veniva prima dei sudditi che contenevano) o perché al servizio di un valore ritenuto ancora più alto, la nazione. E da quel momento, da quando queste idee sono state propaganda elettorale, una divisione nuova è emersa nelle dispute ideali e politiche: fra posizioni che riprendevano le radici universalistiche, religiose o secolari, e posizioni nazionalistiche. Insomma, destra e sinistra, si sono da quel momento misurate anche in ragione della posizione di fronte alla priorità della persona o invece delle appartenenze nazionali. Storia antica e complessa, ma mai invecchiata, se è vero che ritorna puntualmente a galla quando ci si pone la questione di chi sono i nostri concittadini, e che cosa fa di un residente che paga le tasse e parla la nostra lingua, un cittadino italiano a tutti gli effetti.
L'Italia ha un rapporto a dir poco difficile e strabico con il "diventare" cittadini, visto che ha una legge (che porta il nome di un ex-fascista, Mirko Tremaglia) che riconosce il diritto di voto a italiani di razza, a figli di bisnonni italiani, anche se mai vissuti in Italia. Quanti sono gli elettori italiani sparsi per il mondo che a malapena sanno pronunciare parole italiane, eppure hanno il diritto di decidere sulle questioni pubbliche di chi vive, lavora e paga le tasse qui, in Italia? Sono tanti, e sono un problema serio per chi sostiene le ragioni dello Ius soli. Il diritto del suffragio che fa perno sul diritto del sangue è un problema. Si potrebbe almeno desiderare che con quella passione (a giudizio di chi scrive mal posta) con la quale si è difesa la causa del voto agli italiani all'estero, si difenda oggi la causa della cittadinanza riconosciuta a chi è nato nel nostro paese, da genitori non italiani (e con almeno uno dei due residente in Italia) e a chi, pur non essendo nato qui, ha frequentato la scuola in Italia per almeno 5 anni. Questa è una legge minima (moderata) e giusta.
Anche per una ragione sulla quale vale la pena riflettere un poco: che i popoli delle democrazie non sono come famiglie che gestiscono l'appartenenza secondo criteri affettivi, o semi-naturali, appellandosi magari a legami ancestrali, dei quali nessuno può con cognizione di causa parlare con certezza, dire dove finiscono, dove cominciano e in che cosa consistono. I popoli delle democrazie, quelle moderne soprattutto, sono composti di persone che sono straniere tra loro e che, proprio per questo, si danno leggi basate sul principio del rispetto e dell'eguaglianza di considerazione. Si riconoscono in tal modo come non appartenenti a nessun "ceppo" naturale, simil-famigliare (o familistico) – è questa la base universalistica per la quale abbiamo ragione di pensare che le democrazie siano governi buoni; imperfetti per tante ragioni, hanno dalla loro il fatto che ci rendono davvero difficile giustificare le esclusioni, anche quando proviamo a scomodare ragioni etiche o sentimentali. Questa difficoltà è quel che ci salva dall'essere tentati, in casi di crisi economica o di follia nazionalistica, di pensare che escludere sia giusto e buono; che essere parte del demos sia un privilegio che passa per ragioni non decidibili, come il colore della pelle o l'essere nato in una parte specifica di mondo, per caso.
Nadia Urbinati

(la Repubblica 17 giugno)
DON WINSLOW
LA GUERRA È FINITA. HA VINTO La DROOGA

Ha raccontato l'ascesa dei narcos messicani. Ora, nel nuovo romanzo, accende i riflettori sui poliziotti antidroga di NewYork. Il titolo dice già molto: Corruzione. Lucido e spietato, Don Winslow è il cantore di un'America falciata da eroina e antidolorifici: 60 mila morti all'anno, più di tutti i caduti in Vietnam. Lo abbiamo intervistato. Dove, non si può dire: ha ricevuto minacce. «Ma non riuscirei mai a vivere sotto scorta come il mio amico Saviano».
Enrico Deaglio

(Il Venerdì 16 giugno)

Incombe l’impeachment, la piazza chiede elezioni dirette

Cadrà il governo Temer prima delle presidenziali brasiliane del 2018? Lui lo esclude e intanto rassicura i potentati economici che l'hanno sostenuto: comunque porterà a termine le due riforme previste, quella del lavoro e delle pensioni. Per ora ha schivato il primo ostacolo giudiziario non da poco: un processo pendente che avrebbe potuto inabilitarlo per irregolarità fiscali nella campagna elettorale del 2014, quando si candidò alla vicepresidenza con Dilma Rousseff.
Per 4 voti a 3, il Tribunal Superior Electoral non ha ritenuto valide le dichiarazioni dei pentiti dell'impresa Odebrecht nell'ambito dell'inchiesta Lava Jato (la "mani pulite" brasiliana). Incombe, però, l'impeachment, messo in moto dopo le rivelazioni di O Globo. Il colosso mediatico ha diffuso una registrazione in cui Temer dice a un imprenditore delle carni che occorre continuare a pagare il silenzio dell'ex presidente della Camera, Eduardo Cunha, vero regista dell'impeachment a Rousseff.
Dal 2016, Cunha sta scontando una condanna a 15 anni per vari episodi di corruzione legati all'impresa petrolifera di Stato, Petrobras e ha minacciato subito di far tremare il sistema politico che vede una gran quantità di deputati e senatori inquisiti per reati analoghi ai suoi. L'avvocato di Cunha ha smentito che Temer abbia pagato il suo silenzio. Secondo i media brasiliani, il procuratore generale Rodrigo Janot, incaricato dell'inchiesta Lava Jato, sta però per presentare un'altra importante denuncia contro Temer.
Intanto, le centrali sindacali, il Partito dei lavoratori e i movimenti popolari riuniti nel Frente Brasil Popular (un'alleanza che ha formalizzato la propria unità d'intenti in una recente assemblea) preparano lo sciopero generale. Chiedono elezioni dirette e anticipate che portino a un cambio di indirizzo strutturale nel paese. Anche il Partito dei lavoratori (Pt), che ha rinnovato di recente i suoi organi dirigenti, vuole una modifica della Costituzione che consenta elezioni dirette e anticipate.
Si susseguono le manifestazioni al grido di: Fora Temer. Sono scese in piazza le donne, che rappresentano il 54% della popolazione brasiliana e che sono state le più colpite dal golpe istituzionale di Temer, che ha imposto la sua squadra di tutti uomini anziani, ricchi, conservatori e maschilisti. Dopo le rivelazioni di O Globo, Temer ha perso diversi pezzi della sua maggioranza e anche il suo partito, il Psdb, gli ha chiesto di chiarire la sua posizione. L'ex presidente Lula da Silva, per quanto inseguito da quella che considera «una persecuzione giudiziaria», rimane in testa ai sondaggi per le presidenziali. Per contro, i poteri forti non hanno ancora trovato il cavallo su cui puntare.
Geraldina Colotti

(Il Manifesto 20 giugno)
L'Africa delle opportunità

CARO Augias, meglio tardi che mai. A Berlino, i grandi paesi del G20 hanno finalmente capito che per fermare le migrazioni dall'Africa occorre portare investimenti, regole e sviluppo nei villaggi dell'esodo. Hanno anche capito che la migrazione regolata è una risorsa, perché integra il bisogno di mano d'opera che l'Occidente - e l'Europa in particolare - non riescono a garantirsi.
Dopo la crisi di panico da "invasione" indotta dalle destre, si vede finalmente un approccio lucido da parte dei 20 paesi più ricchi del mondo, per far fronte al problema migratorio, con piani pluriennali e fondi consistenti. Ora, bisognerebbe che questo immenso sforzo fosse preservato dalla corruzione, che in Africa depista molti aiuti dai destinatari più poveri, alle cricche para-governative più fameliche. Le multinazionali del resto le hanno ingrassate e viziate con decenni di bustarelle per appalti e diritti di estrazione. Istruzione, sanità, legalità sono le premesse di uno sviluppo ordinato dell'Africa, che può realizzare le sue immense potenzialità. Deve cessare anche la paura della bolla demografica che molti studiosi attribuiscono a questo continente per il suo alto indice di natalità. È noto, infatti, che quando si instaura il controllo delle morti, segue il controllo delle nascite.
Massimo Toti - Roma

La lettera del signor Toti solleva un immenso argomento sul quale sono disponibili dati certi che vanno considerati con attenzione. Il primo è che le società europee - italiana in primis - sono soggette a un rapido invecchiamento. Nascono pochi bambini, cresce l'età media. In Germania, come ha ricordato la Cancelliera, l'età media della popolazione è di 43 anni. In Niger di 15 anni. Entro il 2050, altro dato certo, la popolazione africana raddoppierà toccando 2,5 miliardi di abitanti. Entro la stessa data il continente Europa avrà bisogno di cento milioni di immigrati (!) per evitare di deperire economicamente. Anche vero, come scrive il gentile corrispondente, che buona parte degli aiuti, finendo nelle mani sbagliate, non hanno finora né alleviato bisogni né fatto partire imprese capaci di produrre. La nostra collega Tonia Mastrobuoni riferiva giorni fa da Berlino come una delle chiavi per il futuro sviluppo di quel continente sia il coinvolgimento nel privati. Un concetto ribadito, aurante u G20 berlinese per l'Africa, dal ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble, uomo abituato a pesare le parole: «Il patto con l'Africa punti sulla responsabilità dei singoli paesi africani, sono loro a dover creare le condizioni per attrarre investimenti». Avendo seguito con attenzione di cronista quanto avvenuto durante il recente G20 ho avuto l'impressione che a Berlino potrebbe essere stata inaugurata un'importante novità. Per la prima volta un paese-guida come la Germania sembra aver dato al problema Africa la centralità che merita e che finora era mancata. Se alle parole seguiranno i fatti potrebbe addirittura essersi capovolto il problema trasformando quel continente da problema in opportunità. Come ha detto uno specialista dell'università di Berkeley: «L'Africa ha gigantesche risorse in fatto di sole e di vento». Energie enormi, rinnovabili, non inquinanti.
Corrado Augias

(la Repubblica 16 giugno)

mercoledì 28 giugno 2017

UNA CORAGGIOSA DECISIONE DEL PAPA



Pedofilia, il Papa riduce allo stato laicale don Mauro Inzoli


La «tolleranza zero» di Francesco contro tutti i sacerdoti macchiati del crimine di abusi su minori - scempio pari alla celebrazione di una «messa nera» - ha investito ora don Mauro Inzoli, già condannato nel 2016 a 4 anni e 9 mesi per pedofilia. Il sacerdote, esponente di Comunione e Liberazione, è stato ridotto dal Pontefice allo stato laicale. “Spretato”, secondo il linguaggio comune. 
Il provvedimento è stato stabilito nei giorni scorsi e comunicato in giornata dal vescovo di Crema, Daniele Giannotti, in una lettera pubblicata sul sito della diocesi in cui Inzoli era incardinato. «Carissime e carissimi tutti, nei giorni scorsi, la Congregazione per la Dottrina della Fede mi ha comunicato la decisione, presa da Papa Francesco il 20 maggio scorso con sentenza definitiva, di dimettere don Mauro Inzoli dallo stato clericale», si legge nella coraggiosa nota di Giannotti. Coraggiosa perché mai un vescovo aveva comunicato in così totale trasparenza ai fedeli il tipo di provvedimento preso dalla Santa Sede nei confronti di un prete pedofilo.  
«Non possiamo pensare – scrive il vescovo - che il Papa sia giunto a una decisione così grave senza aver vagliato attentamente davanti a Dio tutti gli elementi in gioco, per arrivare a una scelta che fosse per il bene della Chiesa e al tempo stesso per il bene di don Mauro: perché nessuna pena, nella Chiesa, può essere inflitta se non in vista della salvezza delle anime, che può passare anche attraverso una pena così grave, la più grave che possa essere inflitta a un sacerdote». Il presule invita ad accogliere dunque «con piena docilità al Papa questa decisione, custodendola prima di tutto nel santuario della preghiera». 
Il provvedimento di Papa Bergoglio è l’ultimo capitolo di una oscura vicenda che aveva investito la Chiesa lombarda e il movimento di Comunione e Liberazione del quale Inzoli è stato per una trentina d’anni esponente di spicco, nonché responsabile della Gioventù studentesca che riuniva il lato più giovane di CL.  
È proprio lì che il sacerdote, anche ex responsabile della Compagnia delle Opere di Cremona e Crema e tra i fondatori del Banco Alimentare, adescava le sue vittime. Lo faceva durante le confessioni, durante le gite fuori porta, negli alberghi dei soggiorni estivi e addirittura in ospedale. Tanto che gli stessi ragazzi si erano quasi “abituati” a questi comportamenti anomali di don Mauro al punto da scherzarci sopra, come si leggeva nelle motivazioni della sentenza del Tribunale di Cremona. Su di lui le chiacchiere e barzellette si sprecavano e anche molti genitori delle vittime pur accorgendosi di certe stranezze non avevano avuto la forza di reagire, vittime come i figli di una «forte sottomissione psicologica» da parte di quest’uomo così carismatico che amava circondarsi dal lusso (“don Mercedes” era il suo soprannome semi-ufficiale). 
Inzoli, scriveva infatti il gup Letizia Platé, agiva «con spregiudicatezza della propria posizione di forza e di prestigio, tradendo la fiducia in lui riposta dai giovani nei momenti di confidenza delle proprie problematiche personali ed anche nel corso del sacramento della Confessione, ammantando talora le proprie condotte di significato religioso così confondendo ulteriormente i giovani». Ad esempio, giustificando i baci, le carezze, i palpeggiamenti con frasi del Vecchio Testamento. 
Per il prete erano stati chiesti 6 anni di reclusione dal procuratore del Tribunale di Cremona, che tuttavia aveva tenuto in considerazione lo sconto di un terzo di pena previsto per il rito abbreviato e per l’attenuante relativa ai risarcimenti. Don Mauro Inzoli aveva infatti risarcito di 25 mila euro a testa le vittime: cinque ragazzi, molestati dal 2004 al 2008, quando all’epoca avevano 12 anni il più piccolo, 16 anni il più grande. I casi, però, a partire dagli anni ’90 sarebbero molti di più, circa quindici, finiti ormai in prescrizione. 
Don Mauro Inzoli è stato quindi condannato a 4 anni e nove mesi insieme al divieto di avvicinarsi a luoghi frequentati da minori. Già negli anni precedenti la Congregazione per la Dottrina della Fede lo aveva sospeso «in considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo provocato da abusi su minori». Per primo fu Benedetto XVI a infliggere una sanzione della riduzione allo stato laicale; Papa Francesco, il 27 giugno 2014, gli aveva invece imposto di condurre una «vita di preghiera e di umile riservatezza come segni di conversione e di penitenza». Quasi una seconda chance da parte del Pontefice argentino.  
Ma don Mauro non si era fatto problemi a mostrarsi in pubblico nel gennaio 2015, seduto in seconda fila ad un convegno sulla “famiglia tradizionale” della Regione Lombardia. Il fatto aveva provocato grande scalpore ed era stato interpretato da molti come una chiara provocazione. 

IL MISTERO DI DIO

" Nella fede cristiana non vi è una pluralità di misteri, ma soltanto uno. Non è proposizionale, non risiede nelle affermazioni dottrinali, ma nella realtà dell'essenza divina in quanto amore che si dona. E non è provvisorio, non è temporaneo, ma dura in eterno. Questo unico mistero santo è il Dio ineffabile che, pur essendo eternamente pienezza infinita desidera rivelarsi al mondo e lo fa nella persona storicamente reale di Gesù Cristo....Allo stesso tempo, questo concetto di mistero santo supera anche l'idea limitativa di Dio come divinità del solo gruppo cristiano, affermando l'universalità della presenza di Dio per ciascuno e per tutti gli esseri umani".
Elisabeth Johnson, Alla ricerca del Dio vivente, pag. 60.

L'EUROPA PAROLAIA

L'Italia e il suo governo sono lasciati soli nell'accoglienza ai migranti in una fase in cui il numero è sempre crescente.
L'Europa fa solo parole e non sa sanzionare e rispettare gli accordi.
Su queste terreno anche Macron è una banderuola, completamente privo di voce e di progetto. Questa è l'Europa che non esiste e non ha il coraggio di assumere decisioni impegnative e anche sgradevoli a certi Stati.
Franco Barbero

PAPA FRANCESCO: PROPOSTE PER USCIRE DALLE DISEGUAGLIANZE

Aveva ragione Baumann, per uscire dalle disuguaglianze le ricette più intelligenti e realistiche vengono da papa Francesco. Oggi ha parlato esplicitamente: "No alle pensioni d'oro, no al lavoro prolungato per gli anziani, sì ai nuovi posti per i giovani resi possibili da un pensionamento ragionevole degli anziani.
Se non si cambiano queste "regole", si fanno solo chiacchiere e intanto crescono le disuguaglianze.
F.B.

DODICI MILIONI PER LA PINEROLO-CHIVASSO

Stanziati 12 milioni (5 per sopprimere i passaggi a livello, 5 previsti dalla Regione Piemonte e oltre 2 per l'adeguamento degli impianti) per la linea Pinerolo-Chivasso. Altre risorse arriveranno da una rimodulazione di fondi Fsc già attribuiti al Piemonte, per arrivare ai 50 milioni necessari per eliminare tutti gli attraversamenti. È il risultato dell'incontro a Roma tra Rfi e l'assessore ai Trasporti del Piemonte, Francesco Balocco (La Stampa, 22/06).

DIO, NOSTRA SORPRESA

O Signore,
mostraci qualche tratto del Tuo volto.
Tu fosti una sorpresa per il Tuo amico Abramo
quando fermasti la mano che colpiva Isacco.
Tu fosti una sorpresa per la Tua figlia Sara,
che vide la sua sterilità tramutarsi in fecondità,
quando potè innalzare al cielo il figlio Isacco.
Tu fosti una sorpresa per tutta l'arca di Noè
che sembrava votata alla dispersione e alla deriva,
quando regalasti la gioia e la luce dell'arcobaleno.
Tu fosti una sorpresa gioiosissima per i Tuoi figli
che gemevano sotto la dominazione del Faraone,
quando apristi una via nel mare e un sentiero nel deserto.
Tu fosti una sorpresa per tutti i Tuoi profeti
che sentirono nella propria carne tanta debolezza,
quando rendesti viva nel mondo la loro parola.
Signore,
metti dentro di noi uno spirito nuovo,
regalaci un nuovo modo di guardare alla vita,
donaci un cuore nuovo che sappia desiderare e volere
le "novità", le gioie e i valori che Tu ci proponi.
                                                                 Franco Barbero
Si ritorna al bipolarismo

In Francia è probabile che, dopo Macrom, ritornino sinistra e destra. Può darsi che, dopo questa fase in cui alcuni partiti un po' guardano da una parte e un po' dall'altra, si ritorni al centro sinistra e al centro destra. Già i 5 Stelle vanno in questa direzione, finita la loro illusione di governare da soli.
Macrom, a mio avviso, è la fase intermedia verso un nuovo bipolarismo.

Franco Barbero
È CIECO
È cieco chi guarda con gli occhi soltanto.
Proverbio senegalese

I sogni e le passioni negli occhi di quei piccoli italiani ancora privi di cittadinanza

"Ehi, lo sai che (non) sei italiano?" È il titolo del video online su Repubblica.it: i protagonisti sono 17 bambini nati e cresciuti nel nostro Paese ma senza la cittadinanza italiana. In pochi minuti raccontano le loro passioni, dagli spaghetti al calcio, i loro sogni, diventare poliziotto oppure scienziato, la loro vita.
Arua ha otto anni, Hamza ne ha sei: vivono da sempre a Torino anche se i loro genitori sono egiziani. Sono nati e vivono a Roma Basim, nove anni, mamma e papà marocchini e Jibrill, che di anni ne ha 11, ed ha papà egiziano e mamma somala. E poi Nebeyate, otto anni, mamma etiope e Numayer, undici anni, genitori che arrivano dal Bangladesh. È nata in Abruzzo e vive a Roma Ghizlan, otto anni. Sono nati e abitano a Milano Chantal, otto anni, genitori originari dello Sri Lanka, Francesco Marie-Joseph, sette anni, origini a Mauritius. E ancora Israa e Ryan le cui famiglie arrivano dal Marocco. Mentre a Genova vive Fallou, 12 anni, genitori senegalesi. A rappresentare Verona ci sono Hamza e Oussama, genitori marocchini, mentre da Napoli arrivano Jason e Richard, mamma di Santo Domingo. A Firenze vive Viola, genitori cinesi.
Sono solo alcuni degli 800 mila bambini nati in Italia da genitori stranieri che parlano e studiano in italiano. Alunni delle scuole dell'obbligo in Italia ma che in Italia non hanno il diritto di cittadinanza.
Giulia Santerini

(la Repubblica 17 giugno)
La caserma-lager dei migranti. «I profughi? Sono scimmie»

MASSA. Pestaggi e soprusi, verbali falsificati, una violenza sessuale, garanzie democratiche sospese. Aulla e parte della Lunigiana, quella terra al confine fra Toscana e Liguria, emergono dalle carte dell'inchiesta della procura di Massa come una specie di zona franca dove i carabinieri potevano dire a un extracomunitario che stavano identificando «se vieni fuori ti stacco la testa quando vuoi e dove vuoi». Oppure violentare un cittadino marocchino e urlargli dentro la caserma: «Fai schifo». O modificare i verbali, o usare le scosse elettriche per convincere un altro a confessare.
Un'intera catena di comando, quella dei carabinieri di Aulla, è stata azzerata da arresti e indagati. Otto misure cautelari e 22 iscritti al registro di questa inchiesta condotta dalla pm Alessia Iacopini. «I comandi provinciali e regionali dell'Arma ci hanno dato la loro collaborazione» ha precisato il procuratore Aldo Giubilaro. Il maresciallo comandante della stazione della Lunigiana è stato sospeso dal servizio, Il brigadiere Alessandro Fiorentino è in carcere, i suoi colleghi Iain Nobile, Gianluca Granata e Luca Varone ai domiciliari, quattro altri hanno dovuto lasciare la provincia. Questa inchiesta, che ha generato già molte polemiche, ha avuto inizio dal coraggio di una avvocata che resiste alle minacce di un carabiniere. Quest'ultimo, identificato secondo l'accusa in Alessandro Fiorentino, vuole convincerla a far ritirare a un suo assistito, un cittadino marocchino, la denuncia in cui l'uomo dichiara di essere stato picchiato dal militare: pugni e calci. Lei non si fa intimorire neppure quando Fiorentino le dice che potrebbe ritirarle la patente e «mandarla a piedi».

LA PM DEVE MORIRE
«Non è possibile che un marocchino denuncia un carabiniere», ragionano fra loro gli indagati. E i magistrati – secondo loro – non dovrebbero mettere i bastoni fra le ruote a chi contrasta il crimine. Il più infuriato è il maresciallo Alessandro Fiorentino, uno di cui un collega dice: «Eri uno dei carabinieri più cattivi del mondo, una volta… Una volta c'avevano il terrore… arrivava Fiorentino». Denunciato da un extracomunitario, è furioso con la pm che indaga. E arriva a dire: «Deve morire e anche male».

L'ODIO RAZZIALE

Li trattavano così: «I negri sono degli idioti, sono delle scimmie». «Profugo? Io ti do una randellata nel muso se non stai zitto». «Se vieni fuori ti stacco la testa, quando vuoi e dove vuoi». «Io non lo so se riuscirei ad ammazzare una persona, anche se è un marocchino, eh! Però una fraccata di legnate gliele darei! Ma una fraccata, eh. Anche del tipo lasciarlo permanentemente zoppo». «Importare tutti questi negri abbassa il livello culturale dell'Europa», sosteneva uno dei carabinieri, mentre un altro plaudiva a Mussolini che «tutte saponette ha fatto».

LE VIOLENZE
Ricordi ameni di una operazione antidroga: «Vediamo i due negri che scappano, Pino esce di qua e gli corre dietro a uno, io esco di là e corro dietro a un altro nel bosco… Minchia le botte che hanno preso quei due negri, penso che se lo ricorderanno finché campano… lo saccagnavamo di botte perché non voleva entrare in macchina… quante gliene abbiamo date! Ahaaha! Entra dentro la macchina, negro di m.».
Come sistemare un clochard polacco che infastidisce le persone chiedendo l'elemosina davanti a un supermercato: «Ehi mister, metti qua la mano… Cosa stai facendo? Te la spezzo?». Lo costringono a mettere le mani sull'auto e le percuotono con il manganello.
Come dare una lezione a un nordafricano: sbatterlo a terra, schiacciargli la faccia sull'asfalto con una scarpa, infilargli la canna della pistola in bocca.

LE ARMI
Come giustizieri della notte, alcuni degli indagati si erano dotati di taser, storditori elettrici con cui – diceva uno – «ogni tanto damo una scaricatella a qualcuno». E poi avevano manganelli, pugnali, coltelli a serramanico, un'ascia, che tenevano non solo in casa ma anche nelle auto di servizio e in caserma.

LA DIFESA

L'avvocato Alessandro Ravani difende uno dei militari indagati: «Sono ancora in una fase di valutazione delle carte. Ho parlato a lungo con il mio assistito e respinge tutte le accuse. Lui non ha mai usato il taser».

LA GIUSTIZIA SOMMARIA
Se qualche auto aveva il contrassegno dell'assicurazione scaduto, bastava bucare le gomme. Punizione toccata anche a una sarta, colpevole di praticare prezzi troppo alti.

LE MULTE
Multe per scoraggiare i consumatori di droga. «Bisogna cominciare a seminare il terrore fra quelli che comprano (droga – ndr). Via soldi, punti, patenti, via!». Salvo chiudere un occhio e annullare un verbale a una giovane marocchina che guidava con la patente del suo paese di origine, non valida in Italia, in cambio di una prestazione sessuale. La procura in questo caso contesta la corruzione.

L'OMERTÀ
A un nuovo arrivato, un anziano spiegava: «La regola madre per fare il carabiniere, la regola più importante che, ahimè, purtroppo alcuni colleghi non rispettano è: quando se esce insieme, quelle sei ore, quello che succede all'interno della macchina non deve scoprirlo nessuno.... Niente! È cosa nostra. Proprio come la mafia! Quello che succede qua non se deve venì a scoprì...».
E dopo che un maresciallo troppo puntiglioso aveva messo sotto procedimento disciplinare un sottoposto, alcuni carabinieri fantasticavano di vendicarsi uccidendo un marocchino in caserma e fingendo che si fosse impadronito dell'arma del sottufficiale lasciata sulla scrivania. Così il maresciallo sarebbe finito nei guai, i carabinieri avrebbero ottenuto un encomio e del marocchino morto non si sarebbe preoccupato nessuno.
Laura Montanari e Franca Selvatici

(la Repubblica 16 giugno)

martedì 27 giugno 2017

AUTENTICITA'

" Il maestro non si lasciava mai impressionare da diplomi e lauree.
Esaminava la persona, non il certificato.
Una volta lo sentirono dire: "Quando hai orecchie per sentire un uccello che canta, non hai bisogno di guardare le sue credenziali".
(Anthony De Mello, Un minuto di saggezza , pag.114)